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sabato 27 ottobre 2007

Brindisi

I bicchieri alzati e i sorrisi accesi su facce rilassate di un’estate appena iniziata. Gli aghi del grosso pino, testimone di stagioni vissute nel silenzio dell’incomprensione, caduti e ingialliti sul cortile di ghiaia sparsa sulla vecchia colata di cemento sollevato dalle radici degli alberi, bucato dalla forza inaspettata di un esile filo d’erba. Voci adulte che si sovrappongono alle medesime allegre e infantili degli anni passati. Guardo indietro, verso il cortile che si affaccia sulle terre arate con le zolle indurite dal calore e dall’arsura. È di là che arriva il vento di mare e io l’aspetto perché adesso ho bisogno di tornare a volare. Le voci si fanno confusione, la confusione angoscia, l’angoscia rabbia, la rabbia fuoco, il fuoco vendetta, la vendetta parole, le parole silenzi, i silenzi pensieri.

Parole.

La madonna di gesso è sbiadita al sole, il suo manto celeste è diventato grigio. È sporca quella madonna, come è sporca la sua presenza muta.
Una margherita timida. Una sola, al posto di quell’enorme cespuglio che strappai con il dolore e con la zappa, entrambi arrugginiti.
Rose scarlatte e puttane che continuano a fiorire. Non è stata sufficiente la mia ferocia. Avrei dovuto scavare in fondo, estirpare le radici.
Silenzio.
Ha accolto il mio grido, il vento, e lo sento arrivare con l’abbaiare dei cani e le voci di brindisi lontani. Il giorno è di festa e di allegria. Il vino è rosato e leggermente frizzantino, con un retrogusto che sa di frutta e di bouquet. Qualche goccia cade dai bicchieri e si versa sulla tovaglia di sfilato siciliano. Ti guardo madre e mi aspetto un tuo abbraccio. Ti osservo padre e mi aspetto che tu interrompa il brindisi.
Parole.
La terra sottratta alla palude, racconta di acque nere e stagnanti ripulite dall’acqua fresca e lievemente salmastra. Terra rossa d’argilla e di sangue.
La stanza rosa, la mia preferita, piange lacrime di pioggia che filtrano dal tetto l’odore di stantio.
I gechi si scaldano sulle pietre roventi della casa. Inquieti osservatori. Silenziose macchie di giallo e nero.
Pensieri.
Sto per rompere il tuo silenzio codardo madre amatissima e innalzata nella mia testa oltre le sottane della vita. Fra qualche attimo irromperò nella tua cristalliera di fragilità e frantumerò anche i pochi cocci rimasti del tuo sogno. Ti donerò qualche goccia del sudore dei miei anni e qualcuna delle lacrime versate nella solitudine della mia esistenza dispersa sotto ai lembi del tappeto di una vita che non mi è mai appartenuta, di una vergogna che mi hai lasciato vivere da sola. Hai il mio perdono madre, e la mia rassegnata comprensione. Non ti devo il mio silenzio.
Sto per massacrare il tuo orgoglio padre che avresti dovuto proteggermi dai mali della terra quando eri ancora impantanato nella tua vendetta contro il mondo a cercare di capire quale cazzo di vita fosse preferibile fra le tante che vivevi e quella che mi apparteneva nelle quale, talvolta, ti rifugiavi, ma che ti pesava in spalla come una zavorra. Ti donerò un po’ del mio coraggio e della mia forza che è una spada forgiata nel fuoco del tuo stesso sangue.
Brindisi.
Brindo a te padre di mio padre che ti dicevi due volte padre mio, signore di questo luogo, padrone e carceriere, cantastorie e imbroglione. Possa la tua anima vagare in eterno raminga, senza paradiso o limbo, e senza inferno; possa tu sentire tutte le notti l’urlo del silenzio, le carni che si straziano, il dolore in fondo all’anima, la vergogna nelle mani, il peso delle ossa, il mugolio di un ansimare che ti dà angoscia e pace nel segno di una fine, il fruscio del letto di lino bianco e spine, l’odore del tuo sudore che diventava il mio, l’alito di menta e di tabacco, i pomeriggi afosi di vite non vissute, il tatuaggio indelebile del tuo essere e divenire, il sangue mio versato nel tuo sudario, senza altro onore che il tuo peso sopra al mio. Brindo alla tua eternità.
Silenzio.