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martedì 20 novembre 2007
Amare considerazioni.
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assunta altieri
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10:19 PM
Categoria: amare considerazioni
domenica 18 novembre 2007
Randagi: rimetto a voi i nostri debiti quotidiani. Amen.
Salve, mi chiamo Francesco Giubilei.
Sono il direttore di Historica e vorrei farle una proposta.
Ho letto tutti i numeri di Randagi.
Ha mai pensato di farne un'antologia?
Potrebbe pubblicarla con Lulu.com attraverso Historica Editrice
Saluti
Questo lo penso io, però. E Randagi non è “mio”: è di tutti coloro che hanno inviato e inviano un proprio racconto. Perciò propongo di discuterne assieme.
sabato 17 novembre 2007
Michele, il dolore, il divertimento: i volti della mafia.
Mi sono passati davanti agli occhi quando facevo volontariato al Sert. Li ho visti urlare e li ho sentiti darmi della puttana se non gli davamo qualche "dose" di metadone da portarsi via. L’alternativa legale al furto, alla prostituzione, al facile espediente del delinquere occasionale. Li ho visti morire di Aids, talvolta.
Poi non li ho visti più.
Poi l’eroina è scomparsa e i Peppe, Scisciù, Spinello… si sono trasformati in paninari con i piedi infilati nelle Timberland e le narici piene di polvere bianca. Le logiche di mercato, la mafia le applica prima di ogni manager del marketing: l’eroina provocava una dipendenza troppo evidente, la “scimmia” era dolorosa e il dolore difficilmente trova un mercato a meno di non trasformarlo in credo religioso, come insegna il marketing della chiesa. La massificazione dei rapporti internazionali, contemporaneamente, facilitava l’ingresso della cocaina attorno alla quale, inconsapevolmente [?], media e informazioni mediche avevano creato l’alone di “santa non dipendenza” oltre a uno “status” corrispondente al “ricco”, al “vip”, al “bello-ricco-dannato” che si accompagnava ai nuovi contenuti veicolati attraverso i mezzi che, parimenti, privilegiavano la bellezza, la ricchezza, l’esagerazione in tutto.
Al dolore la mafia-marketing ha sostituito il ben più allettante divertimento. E mentre si sviluppavano contenuti da vuoto pneumatico e si spogliavano, sempre più, le donne in televisione, si alzavano i volumi nelle discoteche e si insonorizzavano le pareti per consentire di andare avanti col divertimento ad libitum, supportando la pur sempre umana resistenza con pillole magiche, ché anche nell’alchimia la mafia è maestra. E non va sottovalutato il ruolo della psico-mafia, con un osservatorio fra i migliori al mondo in materia di anticipazione delle tendenze; né della info-mafia, in grado di veicolare messaggi che promettono divertimenti certi, mascherati da cronaca nera; né della recluto-mafia capace di assoldare poveri cristi che nulla più hanno da perdere giacché hanno già lasciato quel poco che avevano, le radici, in un “altrove” che non esiste più o forse non è mai esistito.
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assunta altieri
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1:51 PM
Categoria: quelli della mia specie
giovedì 15 novembre 2007
125 pagine di speranza per Gramos
Ciò che ho sempre sostenuto, ciò che cerco di insegnare a mia figlia, è che cambiare le cose è possibile: bisogna iniziare a cambiare quei pochi centimetri quadrati di spazio che occupiamo. Spazio del fisico e dell’intelletto. Il cambiamento inizia da noi. Sempre e inevitabilmente.
Uno di questi cambiamenti lo abbiamo vissuto giorno per giorno: inizia con una voce che si alza dal coro della banalità e pronuncia un nome: Benito (che nulla ha a che vedere con “quell’altro”) e poi ne pronuncia un altro: Gramos. E continua con un progetto: Le fiabe di Gramos.
€ 11,00 - Tutti gli autori hanno rinunciato ad ogni diritto economico a favore di Gramos.
La presentazione di Remo Bassini:
Tu che mi leggi, ti prego, ascolta. Questo libro è un libro di fiabe, certo, come tanti. Più bello o più brutto, chissà. Non importa, non è questo il punto. Ti ho chiesto, per favore, di ascoltare. Sono un libro ma, dentro di me, c'è una voce che, purtroppo, è un lamento. É di un bimbo piccolo, si chiama Gramos. Lotta per la vita come un eroe. Ascoltalo. Ti sta dicendo Ciao, mi chiamo Gramos, vorrei ridere e giocare ma non posso. Ti sta dicendo Aiutami. Ti sta dicendo anche Ho una brutta malattia, ho paura. Ti sta dicendo Sei gentile a comprare questo libro che altre persone gentili hanno scritto e di cui migliaia di persone gentili, su una cosa chiamata internet, han parlato. Lui è Gramos. É un bambino. Vivrà grazie a tutti voi. E un po' anche a me, che sono solo un piccolo libro contro l'indifferenza.
Le donazioni saranno gestite dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Chi si occupa di questo caso è l'Associazione S.o.S. Infanzia nel Mondo Onlus, Via Stazzo Quadro, 52, 00060, Riano (Roma). Chi volesse fare una donazione: c/c bancario 3383 o 3385 Banca di Credito Cooperativo di Riano - abi 08787 cab 39350 cin X. Ricordate la causale: PRO GRAMOS. Se volete maggiori informazioni per la trasparenza o solo per conoscere meglio la storia di Gramos chiamate Miriam (349.1953550) o Antonella (333.9382824) oppure scrivete a: sosinfanzianelmondo@tiscali.it.
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assunta altieri
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10:09 PM
Categoria: le fiabe di gramos, libri, segnalazioni
mercoledì 14 novembre 2007
A proposito di rete. Ma soprattutto a proposito di coraggio.
«Alla fin fine, io in rete vedo più scontri tra bande e voglia di mettersi in mostra che nella vita reale. Affiorano, anche in rete, dolori, depressioni, storie di vita e di morte. Ma in rete c’è soprattutto un folle connubio. Riemerge la nostra onnipotenza infantile, credo. Che si salda alla sacralità della parola scritta. Dietro il pc possiamo fare tutto. Anche scagliare la nostra ira e le nostre invettive a chi non la pensa come noi.»
Dicevo: mi è venuta in mente una bella discussione con Orasesta (T.) nei commenti ad un altro mio post che non serve citare perché non è importante: le riflessioni sono trasversali al post. Ciò che ne emerge, credo, è la differenza fra arroganza e coraggio, anche in rete.
Eccola:
ORASESTA: (…) Ecco, questo è un punto che ultimamente - in altre discussioni, anche - mi ha turbato. Ripeto, indipendentemente dalla persona e dal "caso", se vuoi, diciamo che "generalizzando" ritengo incompatibile con una qualche responsabilità che un intellettuale (abbiamo il coraggio, per la miseria, di usare non la parola ma il concetto benché difficilmente definibile!), dicevo, ritengo incompatibile con il ruolo di un intellettuale dire di avere il coraggio per affermare cose che sono nel più diffuso senso comune, fin dentro le "chiacchiere da bar", aderendo ad una "fotografia" falsa (falsificata) della società, anzi rafforzandola. Chi lo fa, contribuisce a creare un immaginario di "accerchiamento" da parte di un "nemico" o quanto meno avversario nelle cui file potremmo essere collocate io, tu...Ma dimmi se è "intellettualmente onesto"?!
ASSU: (…) Come te, sono convinta che il coraggio sia qualcosa di diverso dall’esprimere pubblicamente stereotipi, luoghi comuni e pensieri variamente diffusi che si annidano nelle menti delle masse, pronti a emergere/riemergere alla prima goccia di rugiada. Se così fosse, dovremmo ritenere coraggiosi i personaggi alla Sgarbi che animano le trasmissioni televisive. Chi lo fa – talvolta inconsapevolmente, spinto dall’innocente convinzione di essere un cuor di leone o, semplicemente, in questo “nuovo” contesto, dal fatto di non conoscere le dinamiche di Internet che ancora soffre lo strazio dell’anonimato - non consente una sana evoluzione dei pensieri. Crea intercapedini vuote fra una fase e l’altra della discussione. Bolle d’aria che non si riempiranno mai di contenuti e che presto o tardi ritorneranno. E, come dici, contribuisce a creare quell’immaginario di “accerchiamento”, giacché l’atteggiamento di chi si rifiuta di lasciare incastrato il dito nella piaga è visto come ostracismo e non come salto di qualità. Peccato!
SF: Perché credete che il coraggio debba avere a che fare con gli intellettuali?
ORASESTA: Anche l'edicolante (chiacchierone...) sotto casa mia esercita un'influenza su coloro che intrattiene con le "notizie del giorno".Coloro che - più o meno professionalmente - svolgono un'attività che è finalizzata alla "manipolazione" del sapere o dell'immaginario altrui, forse hanno qualche responsabilità in più. Ho tentato di dire che ritengo irresponsabile da parte di costoro far apparire "coraggioso" ciò che in realtà è di assoluto "senso comune".Dando per acquisito (ma forse a volte così non è?) che abbiano (che abbiano i mezzi per avere) una visione oggettiva, acuta per il "particolare" e sintetica per il "generale"; che abbiano (che possano, debbano avere) una maggiore consapevolezza nel maneggiare un materiale delicato come sono le parole.
ASSU: Tempo fa, lessi una citazione attribuita a Giacomo Leopardi: chi ha il coraggio di ridere è il padrone del mondo. Non so, in tutta onestà, se sia o meno di Leopardi, non ricordo di averla trovata personalmente. In ogni caso, parto proprio dal coraggio di ridere per andare più a fondo. Si sentono spesso espressioni come: il coraggio di dire, il coraggio di fare, il coraggio delle idee, il coraggio di vivere, il coraggio di dire basta, il coraggio di dire no, eccetera. Come se tutto quello che facciamo debba, per forza, essere supportato da “coraggio” e senza questo attributo non vi sia alcuna forma di riconoscimento. Io trovo molto interessante la questione posta da Orasesta perché penso che sia necessario scernere e fare chiarezza fra ciò che è quotidianità intellettiva e ciò che è riflessione intellettuale. La prima, a mio avviso, si inscrive nel processo di comunicazione quotidiana (salutare la signora del piano di sopra, osservare i movimenti ripetuti e famigliari delle persone che incrociamo nel nostro percorso abituale, fermarsi a comprare il giornale, scambiare qualche parola con l’edicolante o con la commessa del negozio sotto casa, dire buongiorno entrando in ufficio, accendere il computer, leggere la posta e rispondere, eccetera); la seconda, invece, pur non discostandosi da ciò che è quotidianità, si eleva a un gradino più alto, e si pone domande sul perché delle cose e delle azioni. La riflessione è propria dell’intellettuale ed è, a mio avviso, l’unica vera forma di coraggio, sempre che il risultato non sia il mero rimuginare. In questo senso l’intellettuale è chiamato a svolgere un ruolo di ponte fra ciò che è luogo comune e ciò che è frutto di un pensiero più attento che va oltre la banalità del quotidiano e si spinge alla formulazione di idee proprie che pur partendo da una radice in comune con il pensiero quotidiano è capace di maggiore elaborazione e di indurre a sua volta alla riflessione.
ORASESTA: Il coraggio come "propensione", "tensione" cioè "tendere a..." Che poi viene da "cuore", se non sbaglio. Dal cuore dove spesso "poeticamente" collochiamo i segni distintivi della nostra umanità.Bello. Evochi una figura intellettuale che abbia a che fare con il cuore. Mi piace assai.
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assunta altieri
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8:21 PM
martedì 13 novembre 2007
Io non ho problemi.
Non esistono problemi grandi e problemi piccoli. Esistono problemi. Se uno sta bene di salute e di soldi, vivrà come enorme il problema dell’auto ferma per due giorni, in riparazione - afferma il più alto dei tre, con un cappotto blu chiuso su una giacca dal taglio moderno ed elegante, come si intuisce dal modello dei pantaloni grigio scuro che coprono fino a mezzo tacco la scarpa di pelle morbida.
L’amico biondo ha una faccia nordica, la pelle è cotta dal finto sole delle lampade. Sciorina un nome che non colgo a sostegno della sua teoria: Ognuno misura i problemi secondo le sue esperienze.
La donna ha due occhi azzurri che catturano l’attenzione. È bella, ma i suoi occhi lo sono molto più di lei. Nonostante i tacchi è molto piccola di statura. L’atteggiamento è da bambola, la voce no. La voce è limpida e il tono deciso. Non pigola – penso – rispondendo a me stessa ché m’ero fatta l’idea di una vocina impostata da bambina. Io non ho problemi – dice con sicurezza.
Io non ho problemi. Mi sono portata con me quell’affermazione. Quanti sanno dirlo?
Poi, stasera, leggo questa riflessione di Remo Bassini.
Penso che i problemi siano misurabili oggettivamente. Vi sono grossi problemi e piccoli problemi, solo che non ce ne rendiamo conto quando il macigno pesa sulle nostre teste. La misurabilità soggettiva del problema è espressione dell’egoismo e dell’incapacità di guardare l’altro, di rispettarlo. Solo la morte ci ammorbidisce, ché la morte è spazzina, ché la morte ci fa paura.
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assunta altieri
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9:12 PM
Categoria: in giro, io la penso così, segnalazioni
giovedì 8 novembre 2007
Cose di questi giorni.
Sto leggendo “Baffi di Cacao” di Lina Dettori, nota ai blogger come Eva Carriego. L’ho già scritto e lo ripeto con convinzione: Eva sei brava. Del libro, vi parlerò quando avrò finito di leggerlo e lo finirò presto ché il fiato è sospeso sin dalla prima pagina, e l’apnea non lascia spazio a distrazioni. In questo momento sono sulla soglia di una porta, col ferma-immagine su un pugno ben assestato, e sto vagando in un tempo che sfida il tempo, in un intreccio di personaggi che già mi appartengono.
Qualche riflessione sull’editoria, sui nuovi scrittori, su nuovi canali di distribuzione si fa strada. Forse ne parlerò. Forse no ché è già tema abusato.
Stamattina, a Cuneo, esco dall’Hotel e mi ritrovo in una strada diversa da quella di ieri sera. La stanchezza e la notte nascondevano una familiarità con l’Emilia che amo, con quei portici bassi di Bologna soprattutto, ma anche di ogni città emiliana e della mia Parma. Mi manca, Parma. Me ne accorgo quando sono soprapensiero. Nello sfondo, a destra del mio sguardo, le Alpi. Nitide.
Sempre su Arteinsieme, l’intervista.
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assunta altieri
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10:53 PM
Categoria: attualità e opionioni, baffi di cacao, confidenze, libri





