«Ho sempre avuto paura della morte.»
«Questa almeno è una buona cosa, sei fortunato. La paura è uno stato di intensità. Ti dà la possibilità di alterare te stesso, e nello stesso tempo di penetrare la dimensione dell’oltre, cavalcare l’eterno. La paura è illuminante, spontaneamente ingegnosa, trascende le conclusioni della logica e fa compiere salti prodigiosi. Finché ci si accorge di essere tra cielo e terra, e che in realtà ci siamo sempre già stati…».[1]
Rue de Tolbiac è più di una via, è il ricordo che accende la coscienza del protagonista che racconta di un amico misteriosamente scomparso lasciando tracce di sé nel quaderno rosso. Attraverso “Tolbiac”, lo scrittore Beppe Sebaste, dipana l’essere in sé, che riporta a quel Leopardi meno conosciuto di “Canzone al Mai”[2]:
…A noi presso la culla
immoto siede, e su la tomba, il nulla.
Ecco tutto è simile, e discoprendo,
solo il nulla s’acresce. A noi ti vieta,
il vero appena giunto.
O caro immaginar…
Or che resta? Or poi che il verde
e spogliato dalle cose? Il certo e solo
veder che tutto è vano, altro che il duolo.
…Morte domanda
chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.
Per il Leopardi, la volontà di vivere è puro desiderio e in quanto tale è privazione. I mezzi umani non possono risolvere tale sensazione di privazione. L’uomo è dunque condannato, inevitabilmente, a due mali: la privazione e la noia.
L’unico modo per liberarsi dalla sofferenza è l’ascesi che porta alla negazione della volontà di vivere in sé, alla noluntas, concetto molto simile a quello del Nirvana delle religioni orientali, di cui però non adotta la carica positiva. E il solo modo di raggiungere l’ascesi è la morte, che paradossalmente è vista, dal Leopardi, ma anche da Shopenhauer, come unica speranza nella vita.
Entrambi, tuttavia, rifiutano il suicidio. Leopardi vi vede un tradimento al valore della fraternità sociale; Shopenhauer ritiene che il suicida esprima col suo gesto l’esatto contrario di ciò che vuole dimostrare, manifestando il suo amore per la vita e considerando insopportabile la situazione in cui è venuto a trovarsi.
Vi sono, al contrario, esempi di autori che hanno a lungo cercato la morte, lavorando alla perfetta scenografia della propria. Patrick Süskind, ne “Sull’Amore, sulla Morte”[3] scrive: «Kleist[4] per tutta la vita è stato affascinato dal suicidio, dal suicidio comune come espressione della massima intimità e di fedeltà reciproca, e alla fine lo commette perché dal suicidio si ripromette un ultimo brivido erotico…».
Nelle ultime lettere, scritte alla cugina amata che si è rifiutata di seguirlo nel folle gesto della morte, si legge gioia di vivere ed eccitazione erotica. Alla donna, cercata morbosamente, che accetta di condividere il momento della morte scrive lettere d’amore; ringrazia Dio, negli ultimi giorni, per il tormento della sua vita giacché risarcito “con la più splendida e voluttuosa delle morti”.
Il tema della “morte comune”, o più precisamente della morte per amore, si impone in molte opere, creando un legame da un lato anomalo, d’altro lato inscindibile Amore-Morte: Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta. E ancora: Werther, Anna Karenina, Madame Bovary… Patrick Süskind, trova una spiegazione nel tentativo dell’amore di cercare il suo suggello più nobile e sublime, anzi il suo appagamento, nella morte.
Ascoltate signori e signore
Ognun di noi ha il suo destino
Uno studente di nome Peppino,
era figlio di un grande dottor
Amoreggiava con una ragazza
La ragazza di nome Rosetta
era figlia di povera gente
Lei giurava di sante parole
di amarlo con sincerità[5]
L’amore fra Peppino e Rosetta è contrastato dai genitori di lui per via della differenza di stato sociale. L’unica soluzione per esprimere il loro amore è la morte:
Noi in cielo ci andremo a sposar
Di un altro scrittore, Jacques Rigaut, ho recentemente letto sul blog del giornalista e scrittore Remo Bassini[6] che scrive:
Provate a fermare un uomo che viaggia col suo suicidio all’occhiello, scrisse André Breton, ne “Antologia dello humor nero”, parlando di Jacques Rigaut, surrealista anomalo, bello, dandy, assente.
Aveva il suicidio in testa (ansia di morte?) Rigaut.
Scrisse: «Sarò serio come il piacere. La gente non sa quel che dice. Non c’è ragione di vivere ma non c’è nemmeno ragione di morire.»
Vivere o morire: la stessa cosa, per lui.
«È comodissimo il suicidio, non smetto di pensarci; troppo comodo: non mi sono ammazzato. Resta un rimpianto: non si vorrebbe andarsene prima di essersi compromessi; si vorrebbe portar via con sé Notre-Dame, l’Amore o la Repubblica».
Rifletto, soprattutto sull’ultima frase: “…non si vorrebbe andarsene prima di essersi compromessi…”. Vi leggo un attaccamento non alla vita in senso lato, ma alla vita come la si vorrebbe, con le proprie giustizie e le proprie verità. Mi viene in mente una commedia di Gilberto Govi, Colpi di timone. Al protagonista vengono diagnosticati tre mesi di vita: l’imminenza della morte concede la sfrontatezza di prendersi la soddisfazione di dire alla gente ciò che pensa, a cominciare dai dirigenti della Provveditoria Ligure che vogliono approfittarsi dei lavoratori del porto. La morte, dunque, è liberazione: la fine di soprusi, dolore, vergogna.
La visione più antica della morte, così com’è tracciata da Philippe Ariès, ne “Storia della morte in occidente”, implicava una forma di accettazione dell’ordine naturale, accettazione insieme ingenua nella vita quotidiana.
«L’uomo subiva, con la morte, una delle grandi leggi della specie e non pensava né a sottrarvisi, né ad esaltarla. L’accettava semplicemente, appena con quel tanto di solennità che bastava a contrassegnare l’importanza delle grandi tappe, che ogni vita doveva sempre superare».
«Nell’epoca moderna, la morte … è diventata problematica, e si è furtivamente allontanata dal mondo delle cose più familiari. Nella sfera dell’immaginazione, si è legata all’erotismo per esprimere la rottura dell’ordine abituale. Nella religione, ha significato, più che nel Medioevo (che tuttavia ha fatto nascere il genere) disprezzo del mondo e immagine del nulla».
La cultura moderna esprime un immenso sforzo per dissociare la vita dalla morte, nel tentativo di relegare quest’ultima in un limbo che non dovrebbe appartenere all’uomo. L’etica dell’edonismo non può ammettere né il dolore né la morte e in particolare congiura contro la morte, camuffandola o rendendola cosa innominabile. Lo stesso luogo della morte non è più la propria casa, ma l’ospedale. Questo si osserva facilmente fra i vecchi, sovente restii a farsi portare in ospedale, perché, in fondo, hanno paura di morire, vogliono vivere. Ho avuto modo di constatarlo personalmente, coi miei bisnonni, ma, soprattutto, lo si legge fra le pagine di profonda riflessione di Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007, ne “Il diario di Jane Somers”[7]. Maudie Fowler è una vecchia antipatica, incontinente, incapace di provvedere a se stessa, ma tutto ciò non le fa perdere nulla della sua dignità. Non vuole morire, sa che la fine è prossima ma lei non vuole morire. Non in ospedale.
«Se mi confronto con Maudie, capisco che a volte è impossibile mettersi nei panni di un altro. Anche se so che quello che sto facendo è di confrontare il mio stato mentale, quello di una donna di cinquant’anni ancora lontana dalla morte, con quello di una donna di oltre novant’anni molto vicina alla morte. La struttura mentale cambia, con l’avvicinarsi della morte? Perché naturalmente c’è un’assoluta barriera, un muro, tra la mia mente e la consapevolezza che devo morire. Voglio dire, so che devo morire, ma per me la morte non è un fatto chiaro, violento. Forse, come animali, siamo programmati a non prendere atto della realtà della morte se non vagamente. Perché, diversamente, non potremmo più vivere. Perché, cos’altro interessa alla Natura, se non il fatto che viviamo, procreiamo, popoliamo la terra, perpetuiamo la specie? al di là di questo, la Natura è indifferente. E allora io, Janna, o Jane Somers, me ne sto qui accanto a questa donna moribonda, a lottare per costringere la mia mente a cambiare, ad abbassare qualche difesa, ad aprirsi, a esporsi, in modo da capire davvero che dovrà morire, e io con lei. Ma la Natura non me lo permette».
La capacità di resistenza al dolore e la forza psicologica sono state per prime indebolite dalla moderna cultura occidentale, che ha costruito come inscindibile il binomio “vivere” e “vivere materialmente bene”.
Scrive Patrick Süskind[8]: «La morte è diventata silenziosa e impone silenzio, e noi le facciamo volentieri il piacere di tacere, anzi la mettiamo a tacere. E non perché non ne sappiamo niente … no, semplicemente perché è eternamente negativa, una guastafeste, una vera e propria disfattista…».
Emarginata dalla vita, la morte non ha più un senso.
L’incapacità di dare un senso alla morte conduce a due atteggiamenti connessi: da una parte la si bandisce dalla cultura e dalla coscienza, dall’altra la si anticipa perché sia evitato il suo urto frontale con la propria mente. L’eutanasia, come fuga dal dolore e dall’agonia, avviene prima nello spirito, poi nella società e nel diritto.
[1] Tolbiac, Beppe Sebaste – Baldini & Castoldi, editore – 2002
[2] Sguardo sintetico allo svolgimento spirituale di Giacomo Leopardi – Internet: http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/leopar8.htm
[3] Patrick Süskind, Sull’Amore, sulla Morte – Longanesi, editore - 2005
[4] Heinrich von Kleist, drammaturgo e poeta tedesco, nato a Francoforte il 18 ottobre 1777. Di lui ricordiamo soprattutto l’almanacco filosofico-letterario Phöbus e il dramma più famoso e travagliato Der Prinz Friedrich von Homburg, che però fu un insuccesso, tanto da segnare la fine della sua attività poetica. Si suicidò il 21 novembre 1811, insieme alla sua amica Henriette Vogel, malata di cancro. Si trattò, in realtà, di omicidio-suicidio: prima Kleist le sparò, poi si tolse la vita a sua volta.
[5] Non ho trovato il testo originale. La narrazione è di trasmissione orale, mia nonna l’ha appresa da un cantastorie.
[6] Remo Bassini, giornalista e scrittore – blog: http://www.remobassini.it/blog/ Bassini ha recentemente pubblicato, con l’editore Newton, La donna che parlava con i morti: un libro in cui il tema della morte è affrontato di petto, se riferito alla protagonista Anna Antichi che rievoca spesso la figura del padre anarchico, conoscendolo proprio attraverso il dramma della morte. Ma la morte è anche coscienza quando a morire è un figlio suicida a dodici anni ed è bisogno di creare collegamenti fra vivi e morti, se riferito a Marta, la donna che parlava con i morti.
[7] Doris Lessing, Il diario di Jane Somers – Feltrinelli, editore - 1986
[8] Patrick Süskind, Sull’Amore, sulla Morte – Longanesi, editore - 2005







