GLI ALTRI CASSETTI

sabato 29 dicembre 2007

Saggio breve sulla morte.

di Ilaria Ubaldi


«Ho sempre avuto paura della morte.»
«Questa almeno è una buona cosa, sei fortunato. La paura è uno stato di intensità. Ti dà la possibilità di alterare te stesso, e nello stesso tempo di penetrare la dimensione dell’oltre, cavalcare l’eterno. La paura è illuminante, spontaneamente ingegnosa, trascende le conclusioni della logica e fa compiere salti prodigiosi. Finché ci si accorge di essere tra cielo e terra, e che in realtà ci siamo sempre già stati…».
[1]
Rue de Tolbiac è più di una via, è il ricordo che accende la coscienza del protagonista che racconta di un amico misteriosamente scomparso lasciando tracce di sé nel quaderno rosso. Attraverso “Tolbiac”, lo scrittore Beppe Sebaste, dipana l’essere in sé, che riporta a quel Leopardi meno conosciuto di “Canzone al Mai[2]:

…A noi presso la culla
immoto siede, e su la tomba, il nulla.

Ecco tutto è simile, e discoprendo,
solo il nulla s’acresce. A noi ti vieta,
il vero appena giunto.
O caro immaginar…

Or che resta? Or poi che il verde
e spogliato dalle cose? Il certo e solo
veder che tutto è vano, altro che il duolo.

…Morte domanda
chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

Per il Leopardi, la volontà di vivere è puro desiderio e in quanto tale è privazione. I mezzi umani non possono risolvere tale sensazione di privazione. L’uomo è dunque condannato, inevitabilmente, a due mali: la privazione e la noia.
L’unico modo per liberarsi dalla sofferenza è l’ascesi che porta alla negazione della volontà di vivere in sé, alla noluntas, concetto molto simile a quello del Nirvana delle religioni orientali, di cui però non adotta la carica positiva. E il solo modo di raggiungere l’ascesi è la morte, che paradossalmente è vista, dal Leopardi, ma anche da Shopenhauer, come unica speranza nella vita.
Entrambi, tuttavia, rifiutano il suicidio. Leopardi vi vede un tradimento al valore della fraternità sociale; Shopenhauer ritiene che il suicida esprima col suo gesto l’esatto contrario di ciò che vuole dimostrare, manifestando il suo amore per la vita e considerando insopportabile la situazione in cui è venuto a trovarsi.

Vi sono, al contrario, esempi di autori che hanno a lungo cercato la morte, lavorando alla perfetta scenografia della propria. Patrick Süskind, ne “Sull’Amore, sulla Morte
[3] scrive: «Kleist[4] per tutta la vita è stato affascinato dal suicidio, dal suicidio comune come espressione della massima intimità e di fedeltà reciproca, e alla fine lo commette perché dal suicidio si ripromette un ultimo brivido erotico…».
Nelle ultime lettere, scritte alla cugina amata che si è rifiutata di seguirlo nel folle gesto della morte, si legge gioia di vivere ed eccitazione erotica. Alla donna, cercata morbosamente, che accetta di condividere il momento della morte scrive lettere d’amore; ringrazia Dio, negli ultimi giorni, per il tormento della sua vita giacché risarcito “con la più splendida e voluttuosa delle morti”.

Il tema della “morte comune”, o più precisamente della morte per amore, si impone in molte opere, creando un legame da un lato anomalo, d’altro lato inscindibile Amore-Morte: Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta. E ancora: Werther, Anna Karenina, Madame BovaryPatrick Süskind, trova una spiegazione nel tentativo dell’amore di cercare il suo suggello più nobile e sublime, anzi il suo appagamento, nella morte.
La cosiddetta letteratura popolare non è restata immune. I cantastorie, sovente, narravano di storie d’amore che si concludevano con la morte dei due amanti. In particolare c’è una narrazione cantata da mia nonna, la storia di Peppino e Rosetta, in cui si individuano nettamente due elementi: il destino e la necessità della morte comune per suggellare il dono d’amore.

Ascoltate signori e signore
Ognun di noi ha il suo destino
Uno studente di nome Peppino,
era figlio di un grande dottor
Amoreggiava con una ragazza
La ragazza di nome Rosetta
era figlia di povera gente
Lei giurava di sante parole
di amarlo con sincerità
[5]

L’amore fra Peppino e Rosetta è contrastato dai genitori di lui per via della differenza di stato sociale. L’unica soluzione per esprimere il loro amore è la morte:

Noi in cielo ci andremo a sposar

Di un altro scrittore, Jacques Rigaut, ho recentemente letto sul blog del giornalista e scrittore Remo Bassini
[6] che scrive:

Provate a fermare un uomo che viaggia col suo suicidio all’occhiello, scrisse André Breton, ne “Antologia dello humor nero”, parlando di Jacques Rigaut, surrealista anomalo, bello, dandy, assente.
Aveva il suicidio in testa (ansia di morte?) Rigaut.
Scrisse: «Sarò serio come il piacere. La gente non sa quel che dice. Non c’è ragione di vivere ma non c’è nemmeno ragione di morire.»
Vivere o morire: la stessa cosa, per lui.
«È comodissimo il suicidio, non smetto di pensarci; troppo comodo: non mi sono ammazzato. Resta un rimpianto: non si vorrebbe andarsene prima di essersi compromessi; si vorrebbe portar via con sé Notre-Dame, l’Amore o la Repubblica».

Rifletto, soprattutto sull’ultima frase: “…non si vorrebbe andarsene prima di essersi compromessi…”. Vi leggo un attaccamento non alla vita in senso lato, ma alla vita come la si vorrebbe, con le proprie giustizie e le proprie verità. Mi viene in mente una commedia di Gilberto Govi, Colpi di timone. Al protagonista vengono diagnosticati tre mesi di vita: l’imminenza della morte concede la sfrontatezza di prendersi la soddisfazione di dire alla gente ciò che pensa, a cominciare dai dirigenti della Provveditoria Ligure che vogliono approfittarsi dei lavoratori del porto. La morte, dunque, è liberazione: la fine di soprusi, dolore, vergogna.

La visione più antica della morte, così com’è tracciata da Philippe Ariès, ne “Storia della morte in occidente”, implicava una forma di accettazione dell’ordine naturale, accettazione insieme ingenua nella vita quotidiana.
«L’uomo subiva, con la morte, una delle grandi leggi della specie e non pensava né a sottrarvisi, né ad esaltarla. L’accettava semplicemente, appena con quel tanto di solennità che bastava a contrassegnare l’importanza delle grandi tappe, che ogni vita doveva sempre superare».
«Nell’epoca moderna, la morte … è diventata problematica, e si è furtivamente allontanata dal mondo delle cose più familiari. Nella sfera dell’immaginazione, si è legata all’erotismo per esprimere la rottura dell’ordine abituale. Nella religione, ha significato, più che nel Medioevo (che tuttavia ha fatto nascere il genere) disprezzo del mondo e immagine del nulla».

La cultura moderna esprime un immenso sforzo per dissociare la vita dalla morte, nel tentativo di relegare quest’ultima in un limbo che non dovrebbe appartenere all’uomo. L’etica dell’edonismo non può ammettere né il dolore né la morte e in particolare congiura contro la morte, camuffandola o rendendola cosa innominabile. Lo stesso luogo della morte non è più la propria casa, ma l’ospedale. Questo si osserva facilmente fra i vecchi, sovente restii a farsi portare in ospedale, perché, in fondo, hanno paura di morire, vogliono vivere. Ho avuto modo di constatarlo personalmente, coi miei bisnonni, ma, soprattutto, lo si legge fra le pagine di profonda riflessione di Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007, ne “Il diario di Jane Somers
[7]. Maudie Fowler è una vecchia antipatica, incontinente, incapace di provvedere a se stessa, ma tutto ciò non le fa perdere nulla della sua dignità. Non vuole morire, sa che la fine è prossima ma lei non vuole morire. Non in ospedale.
«Se mi confronto con Maudie, capisco che a volte è impossibile mettersi nei panni di un altro. Anche se so che quello che sto facendo è di confrontare il mio stato mentale, quello di una donna di cinquant’anni ancora lontana dalla morte, con quello di una donna di oltre novant’anni molto vicina alla morte. La struttura mentale cambia, con l’avvicinarsi della morte? Perché naturalmente c’è un’assoluta barriera, un muro, tra la mia mente e la consapevolezza che devo morire. Voglio dire, so che devo morire, ma per me la morte non è un fatto chiaro, violento. Forse, come animali, siamo programmati a non prendere atto della realtà della morte se non vagamente. Perché, diversamente, non potremmo più vivere. Perché, cos’altro interessa alla Natura, se non il fatto che viviamo, procreiamo, popoliamo la terra, perpetuiamo la specie? al di là di questo, la Natura è indifferente. E allora io, Janna, o Jane Somers, me ne sto qui accanto a questa donna moribonda, a lottare per costringere la mia mente a cambiare, ad abbassare qualche difesa, ad aprirsi, a esporsi, in modo da capire davvero che dovrà morire, e io con lei. Ma la Natura non me lo permette».

La capacità di resistenza al dolore e la forza psicologica sono state per prime indebolite dalla moderna cultura occidentale, che ha costruito come inscindibile il binomio “vivere” e “vivere materialmente bene”.

Scrive Patrick Süskind
[8]: «La morte è diventata silenziosa e impone silenzio, e noi le facciamo volentieri il piacere di tacere, anzi la mettiamo a tacere. E non perché non ne sappiamo niente … no, semplicemente perché è eternamente negativa, una guastafeste, una vera e propria disfattista…».

Emarginata dalla vita, la morte non ha più un senso.
L’incapacità di dare un senso alla morte conduce a due atteggiamenti connessi: da una parte la si bandisce dalla cultura e dalla coscienza, dall’altra la si anticipa perché sia evitato il suo urto frontale con la propria mente. L’eutanasia, come fuga dal dolore e dall’agonia, avviene prima nello spirito, poi nella società e nel diritto.
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[1] Tolbiac, Beppe Sebaste – Baldini & Castoldi, editore – 2002
[2] Sguardo sintetico allo svolgimento spirituale di Giacomo Leopardi – Internet: http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/leopar8.htm
[3] Patrick Süskind, Sull’Amore, sulla Morte – Longanesi, editore - 2005
[4] Heinrich von Kleist, drammaturgo e poeta tedesco, nato a Francoforte il 18 ottobre 1777. Di lui ricordiamo soprattutto l’almanacco filosofico-letterario Phöbus e il dramma più famoso e travagliato Der Prinz Friedrich von Homburg, che però fu un insuccesso, tanto da segnare la fine della sua attività poetica. Si suicidò il 21 novembre 1811, insieme alla sua amica Henriette Vogel, malata di cancro. Si trattò, in realtà, di omicidio-suicidio: prima Kleist le sparò, poi si tolse la vita a sua volta.
[5] Non ho trovato il testo originale. La narrazione è di trasmissione orale, mia nonna l’ha appresa da un cantastorie.
[6] Remo Bassini, giornalista e scrittore – blog: http://www.remobassini.it/blog/ Bassini ha recentemente pubblicato, con l’editore Newton, La donna che parlava con i morti: un libro in cui il tema della morte è affrontato di petto, se riferito alla protagonista Anna Antichi che rievoca spesso la figura del padre anarchico, conoscendolo proprio attraverso il dramma della morte. Ma la morte è anche coscienza quando a morire è un figlio suicida a dodici anni ed è bisogno di creare collegamenti fra vivi e morti, se riferito a Marta, la donna che parlava con i morti.
[7] Doris Lessing, Il diario di Jane Somers – Feltrinelli, editore - 1986
[8] Patrick Süskind, Sull’Amore, sulla Morte – Longanesi, editore - 2005

domenica 16 dicembre 2007

Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
lo so che ti stupirai di ricevere la mia lettera. Forse un po’ t’incazzerai. Troppe volte mi hai sentita bestemmiare che tu non esisti e cose di questo genere. Siamo pari però: io ti ho ignorato e tu hai ignorato me. Da troppi anni non vieni a trovarmi. E adesso non pensare di cavartela con la solita scusa che non ho il camino! Se ce l’avessi dovrei bruciare un sacco di legna ché “questo è l’inverno più freddo che ci ricordiamo”. Ok ce lo dicono tutti gli anni. Che male c’è a crederci? In fondo abbiamo creduto anche a Berlusconi, a D’Alema, a Occhetto, a Craxi, a Veltroni, a Mastella… e ci ha fatto più male di un crepit
ìo inesistente.
Lo so che hai parecchio da fare in questi giorni, ma almeno tu hai gli elfi che ti dànno una mano. Non è che li costringi a straordinari massacranti e non remunerati? Certo, certo… dovrei saperlo che tu sei buono e saggio e che la tua fabbrica rispetta tutte le norme sulla sicurezza, che i tuoi elfi non lavorano in nero, che hanno uno stipendio dignitoso… Che vuoi farci? Vedo quel che accade in questo mio Paese!
Cosa? Dici che vorresti mandarci i tuoi elfi… Lascia perdere: gli extracomunitari qui non sono graditi, neppure quando si spaccano la schiena. Se almeno imparassero a morire in silenzio, senza fare troppo casino! E invece no, invece si permettono di cadere dalle impalcature in pieno giorno. Mica sempre è possibile nascondere il fattaccio! Qualcuno si permette, perfino, di parlare di diritti. No, guarda, lascia i tuoi elfi a casa loro ch’è meglio, qui siamo già troppi.
Io, per me, ti domando una cosa sola: concedimi di non abituarmi mai alle oscenità quotidiane e di continuare a indignarmi.
AUGURI A TUTTI.
CI RISENTIAMO IL PROSSIMO ANNO.

sabato 15 dicembre 2007

Randagi Cinque.


Randagi Cinque [file pdf, 392Kb]

Ciò che penso è che Randagi raccolga racconti belli, pensieri, sentimenti. Ogni volta che ricevo un nuovo contributo mi capita di entrare in un mondo di emozioni. Leggo. Mentre leggo mi domando: Li leggeranno anche gli altri?
Spesso in rete si “sente” che i racconti on line sono di difficile lettura, che i racconti troppo lunghi non sono adatti e blablabla… Ecco, io penso che siano stronzate. Scusate il francesismo e il poco adattamento al clima buonistico-natalizio, ma io, in questo periodo, sono ancora meno disposta a sopportare ogni forma di ipocrisia e ignoranza.
La storia della sintesi che, credetemi, per chi lavora in pubblicità è la storia di una vita, ha un senso se si parla di web in senso lato, di web finalizzato alla promozione di un prodotto: Esponi tutto in poche righe e convinci all’acquisto.
Quando si tratta di racconti è solo una di quelle scemenze che uno ha detto e tanti pecoroni lì dietro a ripetere, come se fosse Verbo. Quando si tratta di racconti, se sei uno abituato a leggere, se hai voglia di scoprire mondi e stili nuovi, allora li leggi eccome. Se non ne hai voglia è un’altra storia. Mi verrebbe allora, da domandarti: Che ci fai col tuo blog? due chiacchiere? Ma bello mio/bella mia va fuori, allora, ché dà tanto più gusto chiacchierare con la gente guardandola negli occhi.

Anche questa volta i racconti sono tre. Belli. Intensi.

Il ritorno, Annalisa Ferrari
Ines, Massimo De Nardo
Sembravano matti lì inginocchiati per terra, Stefano Sgambati

Scarica Randagi n. 5. I numeri precedenti si possono scaricare dalla sezione destra del blog. Per scaricare Adobe Reader, cliccare qui.

venerdì 14 dicembre 2007

Trecentocinquantamila voci inutili.

Mai ho considerato Beppe Grillo un guru. Eppure non posso accettare il tentativo politico di annullare le sue proteste, semplicemente, facendo spallucce e dicendoQuesta non è l’Italia di Grillo”. Mai erano state raccolte, in una sola giornata, trecentocinquantamila firme. Mai. Sono trecentocinquantamila voci che dicono Andate a…casa”. Trecentocinquantamila italiani che saranno ignorati perché, semplicemente, i politici se ne fottono. E non solo dei trecentocinquantamila. Perché questa non solo non è l’Italia di Grillo, questa non è l’Italia del popolo italiano.
Autosegnalazione:
su Arteinsieme, un mio racconto.

martedì 11 dicembre 2007

Libri letti in questi giorni.

L’acchito, Pietro Grossi.
Mi ha incantata. Tutto inizia da un acchito provato e riprovato fino a quando la palla non ritorna esattamente al punto da cui è partita. Le geometrie perfette del biliardo e le asimmetrie della vita. Nel biliardo, ma anche nella vita, la sfortuna non esiste. Se sbagli significa che hai tirato male.

Barbablù, Kurt Vonnegut
Attraverso l’autobiografia-diario di un’estate di Rabo Karabekian, armeno perché nato da genitori armeni e “affarista dell’arte”, Vonnegut traccia, con ironia frammenti della storia americana, ma anche dell’Italia di Mussolini. È un pittore Rabo Karabekian? No, è un fallimento come pittore. Ma quale pittore non è, almeno in vita, stato definito un fallito? Non lui, non Dan Gregory che dipinge il vero. L’arte? È arte l’astrattismo?
Ma non solo. Vonnegut in questo libro fa riflessioni interessanti sulla donna. No, non si tratta delle solite cazzate: Adesso tocca alle donne, dirà. Quando? Non ve lo dico, ovviamente. Ma traccia una cruda realtà di guerra. Di guerra e di donne. Con satira e ironia. E cosa ci sarà mai nel patataio di Barbablù?
Se non avete mai letto Vonnegut, iniziate da qui.

I silenzi di Joe, Fabio Della Seta.
Strazianti, taglienti, monologhi che sarebbero dialoghi se Lui rispondesse. Se almeno una volta Lui rispondesse. E invece ci lascia soli con le eterne domande che rimbombano nella testa e cercano risposte che Lui non dà. E che ci formuliamo da noi, ché, forse, alla fin fine, Lui non c’entra.

Sto leggendo Il diario di Jane Somers, Doris Lessing. Non l’avevo ancora letto. Man mano che vado avanti mi sento ignorante per non averlo “scelto” prima. Mi spiace che ci siano vari errori di battitura che denotano poca attenzione nella trascrizione e revisione.

venerdì 7 dicembre 2007

No al minuto di silenzio.

No al minuto di silenzio per i morti sul lavoro.
No al minuto di silenzio per i morti di mafia.
No al minuto di silenzio per i morti di guerra.
No al minuto di silenzio per le donne stuprate e massacrate.
No al minuto di silenzio per i bambini vittime di pedofilia.

No al minuto di silenzio…

Si stanno accumulando tempi di non condivisibile ipocrisia.

martedì 4 dicembre 2007

La bambina che leggeva i Gialli e guardava i Film Polizieschi.

Da bambina leggevo quel che capitava. E capitava di leggere i gialli di mio padre. Era tutto ciò che, per un mistero dell’economia domestica, sovrabbondasse in casa. Erano ovunque: dentro al comodino con l’anta di finta radica, impilati sopra al comodino, nel ripostiglio, sotto alla Singer di mamma, nella valigia di cuoio sotto al letto e in quella di cartone sopra al vecchio armadio nella soffitta. Ebbene sì: ho avuto la fortuna di avere una soffitta, proprio quella che ogni bambino s’immagina. Una soffitta polverosa, con travi di legno e pavimentazione grezza. C’era di tutto: armadi che custodivano abiti anni ’50 di mamma, sfoggiati tempo dopo, beneficiando dei corsi e ricorsi della moda; cartoni pieni di tesori inaspettati come centinaia di foglioline di rame che mio padre chissà quando aveva sapientemente battuto a mano, in un suo momento di creatività artigianale; buste che celavano misteriose pellicole mai sviluppate; scarpe.
Decine e decine di scarpe nuove, di quelle che adesso vanno tanto di moda: le spadrilles col tacco alto ma non troppo, per intenderci. Di tela, di pizzo, di raso, di juta, di pelle. Tutte numero 36. Erano infilate in due buste di plastica trasparente, di quella plastica spessa, e ben sigillate. Mi piacevano così tanto che non avevo il coraggio di chiedere perché fossero lì. Temevo una risposta perché avrebbe potuto tradire la mia fantasia. E io m’immaginavo che fossero il bottino di una rapina rocambolesca in cui mio padre era il boss e tanti piccoli ladruncoli erano al suo comando. M’immaginavo, anche, che uno di quei compari di cui sentivo parlare fosse giunto di notte nella nostra soffitta e vi avesse nascosto la sua refurtiva. Me ne convinsi, ancor di più, quando trovai una scatola con tante bustine sigillate: ognuna di esse conteneva spillette simili a quelle che si indossano sulle giacche. Erano stupende ai miei occhi di bambina: stelline argentate e colorate, lune e soli dorati… Un’altra scatola conteneva le medesime bustine, piene zeppe di perline di varia grandezza.
In quella soffitta andavo a leggere i gialli di mio padre. Gli eroi erano sempre maschi e io non me ne spiegavo la ragione, così mi capitava di cambiare, al femminile, il nome del personaggio/investigatore storpiando anche l'inevitabile inglese: Brian diventava Brianna, Jhon diventava Jhonna, e così via. E, seguendo le caratteristiche somatiche di cui i gialli, in genere, pullulano, mutuando dati dalla criminologia - come avrei appurato dai successivi studi giuridici - costruivo una investigatrice coi fiocchi. Inevitabilmente gli intrighi mi si schiarivano davanti agli occhi. Esultavo – oh se esultavo! – alle ultime pagine: Lo sapevo, lo sapevo che era lui l’assassino. Come in una specie di Lascia o Raddoppia della lettura mi estraniavo da me stessa. Ero il presentatore che ordinava di abbassare le luci, creava l’atmosfera giusta e conclamava la preparazione e bravura del concorrente. Ed ero il concorrente.
Mi divincolavo fra il coraggio di guardare negli occhi la familiarità mafiosa, bigotta nella sua devozione, e il coraggio del poliziotto Franco Nero che sgominava, sulla Giulia Alfa Romeo bianca, bande di delinquenti che avevano il sapore di una nazionalità che non mi apparteneva. Altro sapore aveva, per la bambina che leggeva i gialli, la delinquenza. Non sapeva neppure che quella che viveva ogni giorno lo fosse. Quella era normalità. Come era normale non parlare a nessuno delle scarpe e delle spillette.
Il mistero delle scarpe si dissolse quando mia sorella (quella più vecchia) fu in grado di calzare il numero 36 e io la vidi sfoggiarne un paio con il pizzo ecrù e quel poco di tacco in corda color naturale. Qualche anno prima, mia cugina, che era il vanto di tutta la famiglia perché giovanissima era già un medico affermato e stimato, si era fidanzata con quello che è il suo attuale marito. I genitori di lui, marchigiani, avevano una fabbrica di scarpe che, ironia della sorte, aveva sperimentato con qualche anno di anticipo un modello che a quel tempo non aveva avuto successo. La produzione fu interrotta e siccome mio padre e mio zio avevano dato una mano nello sgombro, avevano tenuto per sé, senza furto e senza inganno, le scarpe misteriose. Anche le spillette venivano dalla stessa fabbrica: erano decorazioni per altri modelli di scarpe, pure esse fuori produzione, che mia madre si era tenuta da parte perché, prima o poi, sarebbero tornate utili.

E fu così: anni dopo, per una festa di carnevale, mamma mi confezionò il più bell’abito ch’io avessi mai potuto immaginare, tempestato di stelle, lune e soli, un corpetto ricamato di perline, e vinsi la mascherina d’oro, con tanto di proposta di fidanzamento finalizzato al matrimonio da parte del Briatore locale e partecipazione a programmi televisivi e spot pubblicitari.

Due cose: la prima è che le proposte non me le hanno fatte però la mascherina d'oro l'ho vinta davvero anche se ho dovuto regalarla a mia sorella (quella più giovane) che non la finiva più di frignare giacché non le avevano dato il permesso di venire alla festa;
la seconda è che se qualcuno non si legge L’opportunità e non mi dice che ne pensa (va bene anche un laconico: fa cagare) vado in depressione.

domenica 2 dicembre 2007

Quel che mi piace scrivere. Un nuovo racconto. Libri letti e "i tradimenti di Remo".


Mi piace scrivere di cose vere, che mi accadono attorno e che non riesco a non fermare sullo schermo. Questo è quello che voglio fare. Perciò, da oggi apro una nuova sezione: Racconti tratti da storie vere. Il primo è questo: versione web versione pdf.



In questi giorni ho fatto tante cose e letto molto. Ad esempio:

La donna che parlava con i morti, di Remo Bassini, che romanza il nostro Paese tracciandone, attraverso gli occhi di Anna Antichi (semplice commessa in una libreria o investigatrice privata?) un quadro fra il realistico e l’esagerazione, dove però l’esagerazione non è una debolezza dello scrittore, ma, al contrario, l’attenzione che Bassini ha verso il comune scorrere delle “cose che accadono” nelle vene degli italianissimi personaggi.


Questa Anna Antichi, - pensavo man mano che leggevo - non mi piace per nulla. Certo, anche io, da bambina, sognavo di fare la poliziotta o l’investigatrice privata ché leggevo tanti gialli allora. Però questa donna che se ne va in giro a sproloquiare “cazzi” e “battute su culi e tette”, proprio non mi piace. Questo pensavo e non sopportavo il suo amore così remissivo, così accondiscendente. Eppure Anna Antichi è il ritratto della maggior parte delle donne: confuse fra l'odor vago di femminilità e una parità che allocano nel linguaggio “cazzuto”. Anna Antichi, piano piano, mi ha conquistata con la sua forza fragile che, man mano perde la fragilità e non si nasconde più dietro al luogo comune, dietro alla caricatura dell’uomo, ma acquista tutta la sua concretezza di persona. Bella lettura.
Sul tradimento.
Vi è un tema ricorrente nei tre libri di Remo Bassini che ho letto (Il quaderno delle voci rubate, Dicono di Clelia, La donna che parlava con i morti): il tradimento ha una sfaccettatura che “tradisce” il comune sentire. Non lo vede, lo scrittore Bassini, come tradimento verso l’altro ma come tradimento verso i figli. Un tradimento che crea fratture profonde nel traditore: ne “Il quaderno delle voci rubate”, Giuseppe Valletti, molestatore, si suicida lanciandosi sotto un treno merci, per non affrontare lo sguardo di suo figlio di 12 anni; ne “Dicono di Clelia”, il dottore sarà il papà-carogna di una adolescente che lo ha sorpreso con una donna diversa da sua madre e che non si toglierà quell’immagine dagli occhi; ne “La donna che parlava con i morti”, Mario Tasti perderà ogni rapporto con il mondo esterno per aver provocato il suicidio del figlio che lo aveva sorpreso con una delle sue giovani conquiste.

La sovrana lettrice, di Alan Bennett, che consiglio a lettori attenti, scrittori e aspiranti tali (…La mattina dopo Sua Maestà aveva il naso chiuso ed essendo libera da impegni disse che rimaneva a letto perché sentiva i primi sintomi dell’influenza. Non era da lei e non era neanche vero; ma così poteva continuare a leggere il suo libro. «La regina ha un leggero raffreddore» fu la notizia ufficiale comunicata alla nazione. Non lo sapeva nemmeno Sua Maestà, ma quello fu il primo di una serie di compromessi, non sempre di poco conto, che la lettura avrebbe comportato…).
Una nota di merito è di Ilaria, verso Ehibheln non lo sa, di Laura Costantini e Loredana Falcone. So che ha deciso di scriverne e quindi non aggiungo altro.