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sabato 5 gennaio 2008

Eibhlin non lo sa

di Ilaria Ubaldi

Secondo me c’è quasi del sacro nell’atto di uno scrittore che regala il proprio libro, perché è come se regalasse un po’ di sé. Lo penso ogni volta che leggo la dedica su Eibhlin non lo sa, di Laura Costantini e Loredana Falcone.
Quando ho avuto il libro fra le mani sono stata contenta. Poi m’è presa l’angoscia.
- E se non mi piace?
- Se non ti piace, amen… ha detto mamma.
- Glielo devo dire?
- Cosa?
- Se non mi piace, glielo devo dire?
Sintesi della risposta di mamma (troppo lunga e filosofica!!!): bisogna dare una spiegazione a ciò che non ci piace, anzi soprattutto a ciò che non ci piace. Altrimenti è troppo facile!
(Io ho capito questo!!!)

Invece il libro mi è piaciuto al punto che dopo averlo finito ho letto anche New York 1920 e sono alla ricerca di
Roma 1944. Lo sposo di guerra.

Ma veniamo a Eibhlin non lo sa.

È indubbio! Subisco il fascino dell’Irlanda e del Mito.
In Eibhlin non lo sa c’è l’Irlanda e c’è il Mito. C’è il fanatismo cattolico e c’è la strega. C’è una filosofia di vita che mi sta molto a cuore: lascia che le cose accadano.
Eibhlin è una strega, è una donna che sa amare se stessa e la sua voglia di vivere la sua vita (nel bosco, a contatto con la natura) anche più del suo essere innamorata.
Devo stare attenta a non svelare troppo, però!
Avrebbe potuto essere il mio personaggio preferito… ma … ma Tara è quella che più mi ha colpito. Tara, secondo me, somiglia molto a me (o dovrei dire a noi adolescenti) perché ha una profondità che lei stessa non sa di avere, anzi rifiuta di avere. Tara nella sua infinita “lotta” contro suo padre, per essere del tutto diversa dal modello che lui ha disegnato, finisce col confinarsi in un vortice di lustrini, denaro, frivolezza. Tutto è apparenza in Tara, ma non Tara stessa.
Lei è reale. È una ragazza di questo tempo, come tutte noi che ci ritroviamo immerse in pensieri grandi, troppo grandi, e li seppelliamo sotto le magliette colorate, i piercing, i jeans griffati…ma sotto al luccichio c’è la scorza che protegge un cuore.

È un romanzo d’amore sì, ma che cosa c’è di male nell’amore? Io ho voglia di crederci, di sognare, di sperare…
Seasamh, il dottore di cui Tara si innamora e che ama Tara è un personaggio positivo … non solo perché è un gran figo (che non guasta!) ma soprattutto perché è per lei uno specchio che riflette il suo io più nascosto. E ce ne vorrebbe di gente che sappia guardare dentro di noi!!!

Insomma, se non si fosse capito: mi è piaciuto.
Leggete e amate.
:) :) :) :) ilaria

martedì 11 dicembre 2007

Libri letti in questi giorni.

L’acchito, Pietro Grossi.
Mi ha incantata. Tutto inizia da un acchito provato e riprovato fino a quando la palla non ritorna esattamente al punto da cui è partita. Le geometrie perfette del biliardo e le asimmetrie della vita. Nel biliardo, ma anche nella vita, la sfortuna non esiste. Se sbagli significa che hai tirato male.

Barbablù, Kurt Vonnegut
Attraverso l’autobiografia-diario di un’estate di Rabo Karabekian, armeno perché nato da genitori armeni e “affarista dell’arte”, Vonnegut traccia, con ironia frammenti della storia americana, ma anche dell’Italia di Mussolini. È un pittore Rabo Karabekian? No, è un fallimento come pittore. Ma quale pittore non è, almeno in vita, stato definito un fallito? Non lui, non Dan Gregory che dipinge il vero. L’arte? È arte l’astrattismo?
Ma non solo. Vonnegut in questo libro fa riflessioni interessanti sulla donna. No, non si tratta delle solite cazzate: Adesso tocca alle donne, dirà. Quando? Non ve lo dico, ovviamente. Ma traccia una cruda realtà di guerra. Di guerra e di donne. Con satira e ironia. E cosa ci sarà mai nel patataio di Barbablù?
Se non avete mai letto Vonnegut, iniziate da qui.

I silenzi di Joe, Fabio Della Seta.
Strazianti, taglienti, monologhi che sarebbero dialoghi se Lui rispondesse. Se almeno una volta Lui rispondesse. E invece ci lascia soli con le eterne domande che rimbombano nella testa e cercano risposte che Lui non dà. E che ci formuliamo da noi, ché, forse, alla fin fine, Lui non c’entra.

Sto leggendo Il diario di Jane Somers, Doris Lessing. Non l’avevo ancora letto. Man mano che vado avanti mi sento ignorante per non averlo “scelto” prima. Mi spiace che ci siano vari errori di battitura che denotano poca attenzione nella trascrizione e revisione.

domenica 2 dicembre 2007

Quel che mi piace scrivere. Un nuovo racconto. Libri letti e "i tradimenti di Remo".


Mi piace scrivere di cose vere, che mi accadono attorno e che non riesco a non fermare sullo schermo. Questo è quello che voglio fare. Perciò, da oggi apro una nuova sezione: Racconti tratti da storie vere. Il primo è questo: versione web versione pdf.



In questi giorni ho fatto tante cose e letto molto. Ad esempio:

La donna che parlava con i morti, di Remo Bassini, che romanza il nostro Paese tracciandone, attraverso gli occhi di Anna Antichi (semplice commessa in una libreria o investigatrice privata?) un quadro fra il realistico e l’esagerazione, dove però l’esagerazione non è una debolezza dello scrittore, ma, al contrario, l’attenzione che Bassini ha verso il comune scorrere delle “cose che accadono” nelle vene degli italianissimi personaggi.


Questa Anna Antichi, - pensavo man mano che leggevo - non mi piace per nulla. Certo, anche io, da bambina, sognavo di fare la poliziotta o l’investigatrice privata ché leggevo tanti gialli allora. Però questa donna che se ne va in giro a sproloquiare “cazzi” e “battute su culi e tette”, proprio non mi piace. Questo pensavo e non sopportavo il suo amore così remissivo, così accondiscendente. Eppure Anna Antichi è il ritratto della maggior parte delle donne: confuse fra l'odor vago di femminilità e una parità che allocano nel linguaggio “cazzuto”. Anna Antichi, piano piano, mi ha conquistata con la sua forza fragile che, man mano perde la fragilità e non si nasconde più dietro al luogo comune, dietro alla caricatura dell’uomo, ma acquista tutta la sua concretezza di persona. Bella lettura.
Sul tradimento.
Vi è un tema ricorrente nei tre libri di Remo Bassini che ho letto (Il quaderno delle voci rubate, Dicono di Clelia, La donna che parlava con i morti): il tradimento ha una sfaccettatura che “tradisce” il comune sentire. Non lo vede, lo scrittore Bassini, come tradimento verso l’altro ma come tradimento verso i figli. Un tradimento che crea fratture profonde nel traditore: ne “Il quaderno delle voci rubate”, Giuseppe Valletti, molestatore, si suicida lanciandosi sotto un treno merci, per non affrontare lo sguardo di suo figlio di 12 anni; ne “Dicono di Clelia”, il dottore sarà il papà-carogna di una adolescente che lo ha sorpreso con una donna diversa da sua madre e che non si toglierà quell’immagine dagli occhi; ne “La donna che parlava con i morti”, Mario Tasti perderà ogni rapporto con il mondo esterno per aver provocato il suicidio del figlio che lo aveva sorpreso con una delle sue giovani conquiste.

La sovrana lettrice, di Alan Bennett, che consiglio a lettori attenti, scrittori e aspiranti tali (…La mattina dopo Sua Maestà aveva il naso chiuso ed essendo libera da impegni disse che rimaneva a letto perché sentiva i primi sintomi dell’influenza. Non era da lei e non era neanche vero; ma così poteva continuare a leggere il suo libro. «La regina ha un leggero raffreddore» fu la notizia ufficiale comunicata alla nazione. Non lo sapeva nemmeno Sua Maestà, ma quello fu il primo di una serie di compromessi, non sempre di poco conto, che la lettura avrebbe comportato…).
Una nota di merito è di Ilaria, verso Ehibheln non lo sa, di Laura Costantini e Loredana Falcone. So che ha deciso di scriverne e quindi non aggiungo altro.


giovedì 15 novembre 2007

125 pagine di speranza per Gramos

In questi giorni vi sono state varie discussioni su problemi, rete, coraggio, razzismo
Ciò che ho sempre sostenuto, ciò che cerco di insegnare a mia figlia, è che cambiare le cose è possibile: bisogna iniziare a cambiare quei pochi centimetri quadrati di spazio che occupiamo. Spazio del fisico e dell’intelletto. Il cambiamento inizia da noi. Sempre e inevitabilmente.
Uno di questi cambiamenti lo abbiamo vissuto giorno per giorno: inizia con una voce che si alza dal coro della banalità e pronuncia un nome: Benito (che nulla ha a che vedere con “quell’altro”) e poi ne pronuncia un altro: Gramos.
E continua con un progetto: Le fiabe di Gramos.
C’è un presupposto nella mia vita (condivisibile o meno, non è importante, non qui non adesso): un progetto è meglio di un sogno. Per un progetto si lavora e ci si mette in gioco. Così è stato per Sabrina Campolongo. Ci ha creduto, ci ha chiamati a partecipare a un “concorso” che ha surfato fra le aspirazioni di molti bloggers con intelligenza, creando contenuti e non dissapori, creando gioia (parola banale, ma quanta ce ne vorrebbe di questa banalità?), e alla fine dando vita a un libro che nasce con un obiettivo importante: aiutare un bambino ad assicurarsi il suo naturale diritto a un altro giorno.
Un obiettivo che custodisce in sé il sapore amaro della povertà, dell’emarginazione, della sofferenza e il sapore buono della speranza. Nascono con molte responsabilità queste 125 pagine.

LE FIABE DI GRAMOS
Per acquistarlo clicca qui.
€ 11,00 - Tutti gli autori hanno rinunciato ad ogni diritto economico a favore di Gramos.

La presentazione di Remo Bassini:

Tu che mi leggi, ti prego, ascolta. Questo libro è un libro di fiabe, certo, come tanti. Più bello o più brutto, chissà. Non importa, non è questo il punto. Ti ho chiesto, per favore, di ascoltare. Sono un libro ma, dentro di me, c'è una voce che, purtroppo, è un lamento. É di un bimbo piccolo, si chiama Gramos. Lotta per la vita come un eroe. Ascoltalo. Ti sta dicendo Ciao, mi chiamo Gramos, vorrei ridere e giocare ma non posso. Ti sta dicendo Aiutami. Ti sta dicendo anche Ho una brutta malattia, ho paura. Ti sta dicendo Sei gentile a comprare questo libro che altre persone gentili hanno scritto e di cui migliaia di persone gentili, su una cosa chiamata internet, han parlato. Lui è Gramos. É un bambino. Vivrà grazie a tutti voi. E un po' anche a me, che sono solo un piccolo libro contro l'indifferenza.

Le donazioni saranno gestite dall'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Chi si occupa di questo caso è l'Associazione S.o.S. Infanzia nel Mondo Onlus, Via Stazzo Quadro, 52, 00060, Riano (Roma). Chi volesse fare una donazione: c/c bancario 3383 o 3385 Banca di Credito Cooperativo di Riano - abi 08787 cab 39350 cin X. Ricordate la causale: PRO GRAMOS. Se volete maggiori informazioni per la trasparenza o solo per conoscere meglio la storia di Gramos chiamate Miriam (349.1953550) o Antonella (333.9382824) oppure scrivete a: sosinfanzianelmondo@tiscali.it.



giovedì 8 novembre 2007

Cose di questi giorni.

A me Torino piace molto. Neppure la stanchezza per riunioni estenuanti è riuscita a togliermi il gusto delle luci artistiche che si sono accese contemporaneamente alle 19.30 del 6 novembre. Neppure il mio tentativo di impegnarmi e auto-sensibilizzarmi verso il risparmio energetico. Solo un velo di malinconia per la morte di un giornalista che, al di là del colore politico, rappresenta un grande esempio di giornalismo libero. E la speranza che tutto il coccodrillame di questi giorni non si esaurisca nella sola nota di rimpianto. Utopia? Forse sì, ma talvolta non resta che quella per dare carburante alla speranza.

Sto leggendo “Baffi di Cacao” di Lina Dettori, nota ai blogger come Eva Carriego. L’ho già scritto e lo ripeto con convinzione: Eva sei brava. Del libro, vi parlerò quando avrò finito di leggerlo e lo finirò presto ché il fiato è sospeso sin dalla prima pagina, e l’apnea non lascia spazio a distrazioni. In questo momento sono sulla soglia di una porta, col ferma-immagine su un pugno ben assestato, e sto vagando in un tempo che sfida il tempo, in un intreccio di personaggi che già mi appartengono.

Qualche riflessione sull’editoria, sui nuovi scrittori, su nuovi canali di distribuzione si fa strada. Forse ne parlerò. Forse no ché è già tema abusato.

Stamattina, a Cuneo, esco dall’Hotel e mi ritrovo in una strada diversa da quella di ieri sera. La stanchezza e la notte nascondevano una familiarità con l’Emilia che amo, con quei portici bassi di Bologna soprattutto, ma anche di ogni città emiliana e della mia Parma. Mi manca, Parma. Me ne accorgo quando sono soprapensiero. Nello sfondo, a destra del mio sguardo, le Alpi. Nitide.
Su Arteinsieme, il sito di Renzo Montagnoli che riunisce molti autori in un variegato intreccio letterario, il mio racconto: Brindisi. Lo definisco racconto perché non vi è un modo letterario diverso per descrivere uno stato d’animo, la preghiera, l’urlo, la rabbia.

Sempre su Arteinsieme, l’intervista.

lunedì 5 novembre 2007

Femminilità: il packaging delle nuove bambine.


[Dedico questo post al coraggio di Emilia.]

Lo so che ne ho già parlato, però oggi, in un intermezzo inatteso (pausa pranzo che in genere salta) ho rigirato fra le mani e risfogliato il libro che ho finito di leggere ieri sera. Le parole son venute da sé, spalmate sul portatile acceso. Non è nelle mie abitudini recensire libri, e neppure questo post è una recensione. Seguo i miei pensieri e li confronto: è questo il mio rapporto coi libri.

Ancora dalla parte delle bambine
, ripropone, in una chiave giornalistica sì, ma con una riflessione personale che mi è piaciuta molto, la condizione attuale della bambina e della futura donna che diventerà. Oggi. Uno spaccato sulla differenziazione dei generi, che mai come adesso, non smetterò mai di scriverlo, produce un fraintendimento fra valori propri e desideri indotti. Loredana Lipperini, però, è andata oltre, ponendosi quella domanda che più volte ho posto: di chi è la colpa: dei media?, del marketing?, della pubblicità? Odio profondamente la parola colpa. La odio perché è dura, perché ti trafigge subdolamente come la lama di un pugnale affilato: taglia la carne in un lampo, e il dolore lo senti solo quando il pugnale si ritrae, con la consapevolezza dello smembramento di vene, di muscoli, di tendini… Eppure vi è colpa se oggi [più che in passato] le donne confondono la mercificazione mediatica del loro corpo con la libertà di essere se stesse. Una colpa che non può e non deve essere attribuita al canale di distribuzione, quanto a chi fa i contenuti, a chi li immette in un circuito che sempre più abbassa l’età del target, traballando continuamente fra il sapore di figa e la cenerentolità femminile. Basta leggere le interviste che vengono fatte agli uomini e quelle che vengono fatte alle donne: agli uomini si domanda di politica, di lavoro, di velocità e agilità; alle donne di amori, di leziose visioni della vita, di abilità (che è diversa dall’agilità) e di esprimere qualche piccola cattiveria. [La ricetta è servita. Format lo chiamiamo noi brutti e cattivi della pubblicità.] E va attribuita a chi questo lo consente e a chi resta inerme [vittima, si dirà] e si rifugia, sovente, nel “non sono tutti uguali”. Non sono tutti uguali chi? gli uomini? Convengo, ve ne sono di illuminati, sebbene anche loro, in fondo, subiscano il fascino di una femminilità grintosa che il più delle volte naufraga nella libertà sessuale intesa come facilitazione della caccia, nell’accettazione “prone” di una caduta del femminismo, nella complicità che dà ragione alla loro innegabile [?] superiorità, foss'anche solo fisica. Se gli uomini non sono tutti uguali, ne deriva forse che lo siano le donne? Tutte uguali come? Tutte puttane? No, è finita, secondo me, anche l’epoca di quello stereotipo, sebbene, ancora, qualche conservatore, tiri fuori a difesa del genere l’asso nella manica: Se parli così allora ti posso rispondere che tutte le donne sono puttane. No, non mi puoi rispondere così per due motivi: il primo è che se t’incontro e me lo dici a due centimetri dal mio naso ti spacco la faccia; il secondo è che sai benissimo che non è vero e quindi non fare lo stronzo e usala questa cazzo d’intelligenza che tutti i sondaggi e le statistiche attribuiscono al genere maschile!
Il dato principale è che siamo “tutti uguali”, ma differenziati per genere. Però nella differenziazione vi è un’intesa perfetta: quel buco è prezioso, per gli uomini e per le donne. E allora la pubblicità che fa? Ci analizza, ci conosce, ci riflette. La pubblicità “lo sa”, come ho già scritto e come meglio scrive Anna Maria Testa in una delle varie testimonianze che si trovano in Ancora dalla parte delle bambine. Lo sa e cavalca l’onda per assolvere al suo compito che non è sociale-educativo ma puramente commerciale: vendere. Vendere a chi è già convinto di essere inscritto in quel target. Non riuscirei a vendervi un sapone se non foste già convinti del bisogno di lavarvi, non riuscirei a vendervi “quel” sapone se non foste già convinti della necessità di mantenere bella, giovane e tonica la vostra pelle.
Non riuscirebbe, la pubblicità, a vendere sesso se non fossimo già convinti che quel buco è prezioso. Una preziosità che la Chiesa chiama maternità, ma non lacera e non sporca nella Sempre Vergine Maria, e di cui consente il possesso a un solo uomo. Una preziosità laica che si fa mezzo: vascello per migliaia di informazioni devianti che lasciano alla donna il solo spazio della femminilità: packaging indispensabile, il più possibile lustro e remissivo, di una remissività che non è più obbedienza ma presunta convinzione di scelta. Sono convinte, le donne, che non sono gli uomini a usare il loro corpo, ma, al contrario, loro stesse a servirsene (giacché ce l’hanno ed è così prezioso che serva alla donna!). Hanno anche un cervello – oramai non è più contestato – però è essenziale che non si dimentichino del corpo. Sarà quello ad assicurarle il futuro sia esso professionale o amoroso. Il buco è mio e lo gestisco io, scrivevano sui muri le femministe. Peccato che sia stato gestito secondo il format maschile.

In un commento al precedente post “La parola al sesso forte”, ho scritto, a proposito di un pezzo indicato e ritenuto, da donne e uomini, lo specchio della femminilità, che non lo condivido, per quanto scritto bene. Non lo condivido perché sono proprio questi contenuti, mutuati da una letteratura ghettizzante, ad accrescere la convinzione, nella bambina, che la cura della casa, dei figli, del proprio uomo nel quale rispecchiarsi al risveglio e dal quale ottenere parole di plauso e gratificazione “personale” [?], siano il proprio destino, inscritto in quella formidabile invenzione maschile che è la femminilità.

Smettiamola, vi prego, di farci convincere che il mondo rosa dal quale abbiamo cercato di tirarci fuori, sia, in realtà, tutto quello che desideriamo. Il libro leggetelo: per molti potrebbe essere l’inizio di una riflessione, per altri – come nel mio caso – si potrebbe consolidare la certezza dell’esistenza di altre donne (e uomini) che vanno al di là di tette e culi, pur avendoli. Troverete molte citazioni di altri libri: una bibliografia che, se non altro per amore di confronto, vi suggerisco. Fra tutti, come ho già, varie volte, ripetuto: Il secondo sesso. Troverete anche molti website e blog. E testimonianze interessantissime (non solo di donne).

Ancora dalla parte delle bambine: leggetelo, spegnete la televisione e discutetene con le vostre bambine e i vostri bambini (anche con loro).

mercoledì 31 ottobre 2007

La parola al sesso forte.

Proprio non mi riesce di intascare indifferentemente la notizia: un’altra donna violentata e massacrata di botte; quanto fa? cinque, dieci, venti? E ci sarà pure un corrispondente numero da giocare al lotto, secondo me. Non sono ferrata in materia, ma volete che non ci sia? Suvvia!
Sì, torno a parlare di donne e ci tornerò ancora e ancora, fino a quando avrò un filo di voce e una tendinite fulminante non m’impedirà di schiacciare lettere sulla tastiera. Io provo rabbia. E provo vergogna per questi uomini che fanno della sicurezza dei cittadini un altro baluardo politico. Prima era l’Islam, ora sono i rumeni. Qui non si tratta di provenienza geografica, ma di uomini e donne che non si riconoscono ancora la medesima qualità di persone. E allora lo domando agli uomini: cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per farvi entrare nelle teste che non siamo solo un buco con un po’ di curve attorno? Mi pare che non abbia funzionato il sistema di ammantarci con veli e burka, dobbiamo forse rispolverare le cinture di castità e buttare le chiavi nell’oceano? Che cosa dobbiamo fare? Iniziare a fare a botte da adolescenti sì da temprare le ossa per una futura lotta? Armarci e sparare in fronte al primo che ci fa un complimento? Autoacidificarci in modo che questo corpo non susciti più istinti se non di disgusto? O forse no: forse potremmo cavalcare la strada amicale e girare nude, magari con un cartello che dica: accomodatevi! Oramai la strada è già imboccata, basta solo che ci diciate che può andar bene così.

Oggi è uscito il libro di Loredana Lipperini: Ancora dalla parte delle bambine. Lo attendevo da un po'. L’ho comprato qualche ora fa. Posso solo segnalarvi, per ora, che le tematiche sono interessanti e, talune, incentrate sulla pubblicità che è un campo che mi appartiene, con riferimenti ad Anna Maria Testa (Liscia, gasata o Ferrarelle? Di Sangemini ce n’è una sola. Tanto per fare qualche esempio di campagne pubblicitarie, e uno dei più bei libri sulla pubblicità: La parola immaginata).

Donne, la dobbiamo smettere di attenderci che “loro” capiscano: basta con questa femminilità che ci hanno cucito addosso. Basta vi prego, ché qui si continua a morire da stronze.

venerdì 26 ottobre 2007

Il libro che lava più bianco.


È da un po’ che mi riprometto di segnalare Linguaggi e Parole, lo faccio oggi, cogliendo uno spunto dal post di Ribelle: Una riflessione sul mondo letterario odierno. Un pezzo limpido, equilibrato, che dice senza aggressività e con un pacato invito rivolto agli scrittori esordienti alla prudenza. Però non voglio parlare di letteratura, l’ha già fatto lui. Non voglio parlare neppure di scrittura e di editoria: l’ho già fatto varie volte. Oggi voglio affrontare questo discorso in una chiave più diretta: la pubblicità, rompendo una promessa fatta a me stessa sin dall'inizio.

Ogni volta che si parla di libri e di editoria, ricucito con diversa sintassi ma uguali contenuti, tanto da apparire come il restyling di un copiaincolla senza copyright a disposizione di tutti, viene lanciato l’allarme:

Il libro è diventato un prodotto del marketing e della pubblicità!

Cari/e casalinghe di Voghera, quand’è che il libro non è stato un prodotto? Quand’è che non ha avuto un costo? Una volta che il romanzo ha oltrepassato la frontiera dell’arte creativa per buttarsi nel mercato, in cosa esattamente differisce dall’assorbente igienico?

Il libro è un prodotto.

Questo non lo dissacra. Dissacrante, semmai, per la cultura tanto invocata, è l’ostinazione a voler varcare la frontiera a ogni costo. Dissacrante è la guerra che nella blogosfera gli aspiranti scrittori si fanno, cercando notorietà e allo stesso tempo puntando il dito quando qualcuno la ottiene. Dissacrante non è il paragone con l’assorbente igienico, ma lo scoprire che quello (l’assorbente) è molto più evoluto e differenziato del libro.

martedì 23 ottobre 2007

A chi interessa più scoprire se ciò che si scrive è vero?

Ho letto questo.
Penso questo:
C’è differenza fra sincerità e onestà. Una linea sottile sottile che diventa trincea di sacchi di sabbia e mattoni. È vero, vi è uno strano modo di recensire Sappiano le mie parole di sangue. Anzi due: uno coinvolto da una scrittura che penetra nelle viscere; uno ammantato da una coltre di neo sarcasmo che ha il gusto della burla da scemo del paese. Vi è, in mezzo, una verità che a nessuno preme di indagare, e questo è intellettualmente scorretto. Se non è scorrettezza, allora è disinformazione. Peggio, sia per gli uni che per gli altri recensori. Questo Paese (il mio, il nostro) si culla, da un po’ di anni, sotto allo scintillio di gemellaggi imprenditoriali e politici che hanno evidenziate le voci “Balcani” e “Mediterraneo”. Finanziamenti e investimenti pubblici sono dirottati in quelle direzioni. Public Relation e New Economy. Tutto è meravigliosamente nuovo e splendidamente redditizio per una specifica classe politica e imprenditoriale. Il libro di Babsi Jones, a prescindere dalle recensioni, a prescindere – perfino – dal piacere o meno, avrebbe dovuto suscitare un qualche interesse da parte della stampa. Avrebbe dovuto, qualcuno (sarebbe bastato uno solo), domandarsi: Sarà vero? E invece no. Invece vi è silenzio e vi è la solita accondiscendenza passiva e stupido atteggiamento da burattino che è il male cronico di ogni italiano. Ci si perde nelle discussioni vuote, fatte di piccole prepotenze intellettuali, e si devia dal fatto in sé. È così che siamo stati educati: ci scagliamo frecce avvelenate da archi sempre tesi e dimentichiamo di osservare, pensando che uno sguardo qua e là sia sufficiente.
Penso, io, che semmai dovessi incontrare la Letteratura, le domanderei scusa per il ruolo in cui, noi, l’abbiamo relegata. E, se, per un’inaspettata fortuna, mi dovesse capitare di incontrare il Giornalismo, mi prenderei la briga di domandargli: Dove ti sei nascosto per tutto questo tempo? Ritorna, ché mi manchi assai. Il resto è brodaglia: recensioni viscerali e recensioni sarcastiche. Solo consueto sapore di sé.

mercoledì 3 ottobre 2007

Parliamo di voi.

In questi giorni non ho molta voglia di scrivere, ma è tornata imperiosa la voglia di leggere. C'era uno (uno importante, mica uno così, eppure non mi ricordo chi fosse) che diceva che non voleva neppure parlare con chi aveva scritto più parole di quante ne avesse lette. Be', con me ci potrebbe parlare.

Dunque.
Ci sono in giro certi post incazzati (quanto ti capisco!), dubbiosi (in fondo basta scrollarsi di dosso l’io e tutto resta esattamente com’è, non credi anche tu?), divertenti ma… (quand’è che ci sentiremo veramente libere di essere donne?), che parlano di libertà (grazie per la citazione, io ne sono sempre più convinta), o di uva ed esseri umani (quando mia madre s'incazzava sul serio, con me bambina, mi diceva: adesso sconti l'uva e gli acini! Forse anche lei era giunta alla tua stessa deduzione), o di modi semplici di essere felici (a presto, Giulia), impegnati (ammiro la tua determinazione, in grado di sciacquare di dosso quella stupida indifferenza che ci attanaglia), di siciliani piemontesizzati ma mica tanto! (certe abitudini non cambiano mai, però ricordiamoci anche questa cosa qua), di dis-informazione (diviso perché ce ne sono due, come i modi di vedere e di trasmettere le notizie), che creano stacchi all’immortalità (c’è una cosa che non ti ho ancora detto: ma lo sai che sei proprio brava?), che riflettono sulla vita/morte (sin da bambina, io, ho maturato la convinzione che solo una persona che può morire adesso è realmente una persona, chissà voi cosa ne pensate?), che parlano di Milano (e io ripenso che per me Milano è solo Milano), … C’è tanto in giro, proprio tanto. E penso che mi piace questa cosa qua.

Poi.
Oggi ho riletto un libro che mi era piaciuto a suo tempo e mi piace ancora: Nudi e crudi, Alan Bennet. E, Scritto sul corpo, dello stesso autore, che non avevo ancora letto. (Circa cinque ore di viaggio, ben spese).
Ho letto, appena uscito (chiaro!): Sappiano le mie parole di sangue, Babsi Jones e ve ne parlerò perché merita un post, ma in questi giorni sono troppo dolente e incasinata e fra un po’ parto per Parigi. Intanto vi consiglio di acquistarlo, leggerlo e fare un salto nel sito-labirinto. E ho letto pure, oramai un po’ di tempo fa, New York 1920, di Laura Costantini e Loredana Falcone, e qualcosa bolle in pentola.
Ho ordinato per la quarta volta Il quaderno delle voci rubate di Remo Bassini. Remo, se leggi fammi sapere come faccio ad averlo. Non meno difficoltoso mi risulta l’acquisto di La famiglia immaginaria di Eva Carriego. E ho ordinato anche Tolbiac di Beppe Sebaste. Ho riacquistato, in libreria, assieme a vari nuovi fra cui un innominabile (non si sa mai!), Un uomo, Oriana Fallaci, ché la sister s’è presa il mio sostenendo ch’è suo (il peso della famiglia!). Sto aspettando che esca Ancora dalla parte delle bambine, Loredana Lipperini di cui avevo già scritto qua.

Ancora.
È on line il magazine speciale scuola di MenteCritica.
E pure il terzo numero di Randagi.

lunedì 30 aprile 2007

I 5 libri di Lucia.

Di seguito trovate i cinque libri di Lucia.
Trovo molto bello ospitare una cara amica di Blog. E vi invito alla lettura dell'ultimo libro citato, che io stessa sto leggendo e di cui mi riservo di parlare meglio, quando l'avrò finito. Suppongo al ritorno dal mio imminenente viaggio a Madrid.

Copioeincollo.

Il primo fu un regalo di un amico. E’ un romanzo di Jay McInerney, Le mille luci di New York :

"Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di vedere in un posto come questo a quest'ora del mattino. e invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero. Il locale è lo Heartbreak oppure il Lizard Lounge. Tutto diventerebbe più chiaro se potessi fare un salto in bagno a sniffare una bella riga di Tiramisù Boliviano. Una vocina dentro di te insiste che questa epidemica mancanza di chiarezza è già il risultato di un eccesso di biancolina. La notte ha ormai girato quell’impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino. Tu sai benissimo che il momento è arrivato e passato, ma non sei ancora disposto ad ammettere di aver superato il limite…”


Il secondo lo trovai nella biblioteca della scuola. Fu il mio primo amore fatto di pagine e parole. E’ di Pasquale Festa Campanile, La ragazza di Trieste:

“Nessuno l’aveva vista entrare in acqua. L’uomo che disegnava sul terrazzino di legno, davanti al bar, guardava ogni tanto pigramente verso la spiaggia, ma aveva notato solamente il maglione rosso e la giacca a vento azzurra dei due ragazzi stesi qualche metro più sotto. Il suo occhio era attratto dai colori e dalle linee: dall’intensità di quel rosso e quell’azzurro nel grigio uniforme della sabbia; e dalla riga delle nuvole, grigie anch’esse sul diverso grigio dell’acqua, tirate all’orizzonte su una striscia sottile di cielo giallastro. Il ragazzo dal maglione rosso si alzò in piedi d’improvviso e agitò il braccio verso il largo, gridando. Un bagnino che lavorava dietro le capanne chiamò un compagno. Insieme, di corsa, i due uomini rimisero per il suo verso un pattino capovolto e lo spinsero in mare.”

Il terzo è una pietra miliare della letteratura del secolo scorso. Lo trovai fra i libri di mia madre. E’ di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi Contini:

“La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l’antico e l’orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell’Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d’opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l’attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l’unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d’ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco, saltava subito agli occhi.”


Il quarto mi ha fatto versare lacrime fin dalle prime pagine. Lei l’adoro. Lei è superba. Inimitabile. Lei è Margherite Duras, e il libro L’amante:

“Un giorno, ero già avanti negli anni, in una hall mi è venuto incontro un uomo. Si è presentato e mi ha detto: “La conosco da sempre. Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuto a dirle che la trovo più bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane.”
Penso spesso a un’immagine che solo io vedo ancora e di cui non ho mai parlato. E’ sempre lì, fasciata di silenzio, e mi meraviglia. La prediligo fra tutte, in lei mi riconosco, m’incanto.
Presto fu tardi nella mia vita. A diciott’anni era già troppo tardi. Tra i diciotto e i venticinque anni il mio viso ha deviato in maniera imprevista. Sono invecchiata a diciott’anni. Non so se succeda a tutti. Non l’ho mai chiesto.”


L’ultimo è il primo. Il mio primo romanzo. La pubblicazione di un lungo lavoro di ricerca fuori e dentro di me. Il frutto dei miei pomeriggi ricurvi sulla tastiera di un computer. Eleonora Buratti, Il terzo desiderio:

“L’estate era finita e nel giardino trasandato della vecchia signora Cantelli i colori brulli dell’autunno si erano lentamente sostituiti al verde della vegetazione, cresciuta rigogliosa e indisturbata per il caldo straordinario. Il tiglio aveva smesso di fiorire e il freddo annunciava l’arrivo della brutta stagione. La sera calava ogni giorno più in fretta e le nebbie delle pianure circostanti formavano un anello intorno alla città che spesso si spingeva anche fino a quella zona di periferia. La donna, seduta davanti al suo cavalletto, stava abbozzando il soggetto di un nuovo dipinto quando decise che era giunto il momento.”

mercoledì 25 aprile 2007

I 5 libri.

Sarà mancanza di sonno, sarà che la pioggia che sento sbattere contro i vetri concilia la scrittura (di lavoro e non) sono giunta a tarda ora e così ne ho approfittato per “fare i compiti” assegnati da Diego.

È difficile scegliere cinque libri perché un libro suscita in ognuno emozioni differenti e quindi sarò letta attraverso esse e non attraverso le emozioni che hanno suscitato in me. Ed è difficile perché vanno pescati in uno spazio di tempo ampio. Perciò ho deciso di affidarmi al naso, come spiego di seguito.

***

Lezioni americane
Italo Calvino
Cap. I, Leggerezza. Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire.
Oddio, cheddire di Calvino che non sia stato già detto? E, a scuola per giunta, dove se hai la fortuna di trovare un insegnante decente, ti viene proposto quantomeno Il cavaliere inesistente. E va bene, perché con quel libro, se hai un minimo di fiuto, ti innamori dello scrittore e allora vai alla ricerca di qualcosa di più e, se sei fortunato, arrivi alle Lezioni americane, ti gongoli un po’ nell’orgoglio di patria (sebbene non abbia mai potuto tenere le lezioni) e poi ti addentri nella lettura e scopri che quel Calvino che aveva scritto - non ricordo dove, e vado a memoria quindi chiedo venia per le imperfezioni, “È giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione. Ma la gravità della situazione richiede spirito analitico, senso della realtà, responsabilità per le conseguenze di ogni azione, di ogni parola e di ogni pensiero e quindi doti non estremiste per definizione”, innova continuamente se stesso, portandoti a un’innovazione continua. E lo fa attraverso la constatazione che esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca. Indubbio maestro di stile e di tono.
Perché ho scelto di parlare di questo libro.
Perché è il primo che mi è venuto in mente quando ho letto il post di Diego. Quindi ho dato spazio all’istinto, all’emozione, al naso. Di qui la decisione di scegliere anche gli altri libri col naso e non con il cervello, perché – lo dico spesso – il naso la sa molto più lunga del cervello, solo che ci piace sbandierare quest’ultimo. Peccato!
Io e il libro.
L’eterno dilemma fra scrittura universale e scrittura personale. È inevitabile, per me, ogni volta che riprendo questo libro riflettere su questa frase: Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo sottile, o meglio ancora come un campo d’impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni.

***

Domani nella battaglia pensa a me.
Javier Marìas

Nessuno pensa mai che potrebbe ritrovarsi con una morta tra le braccia e non rivedere mai più il viso di cui ricorda il nome.
Javier Marìas è uno dei miei scrittori preferiti. C’è un suo modo di dire, ricorrente nelle interviste, che riassume il gusto della lettura: “Il romanzo illumina le nostre zone d’ombra”. Ti prende per mano e ti porta non solo nell’universo dei personaggi, anche nel suo e a un certo punto avverti una fusione fra la storia, le riflessioni dello scrittore e le tue. Il suo stile è quello che più rispecchia il mio modo di intendere la lettura: l’interazione fra scrittore e lettore. Ti offre spunti di pensiero. Ti dona le sue interpretazioni lasciando spazio alla tua fantasia.
Perché ho scelto di parlare di questo libro.
Perché il libro ha scelto me. Ero su un treno e il mio casuale compagno di viaggio dimenticò la sua copia di Repubblica, ripiegata sull’intervista a Javier Marìas, di cui avevo già letto Un cuore così bianco che mi era piaciuto parecchio. Ho letto l'intervista e mi sono ripromessa di comprare il libro. Non l’ho comprato subito. Dopo qualche settimana, un mese forse, in aereo, l’uomo seduto al mio fianco, vicino al finestrino, coi baffi e la cravatta buffa, leggeva sussurrando (non so se vi è mai capitato, è allucinante!) e reggeva con le grosse mani sudaticce Domani nella battaglia pensa a me.
Com’è? Gli chiesi, approfittando dell'ennesimo sbuffo annoiato.
Mah…sono solo all’inizio, ma non mi piace molto. Il baffo si storse in una smorfia di disgusto.
Ho letto “Un cuore così bianco” dello stesso autore, l’ho trovato particolarmente coinvolgente. La spinta a difendere Marìas è stata naturale.
Guardi, se vuole glielo regalo! Tanto è solo per passare un’ora e preferisco il mio giornale. Tirò fuori dalla borsa di cuoio una rivista di automobili e spinse verso di me il libro.
No, no. Ci mancherebbe altro. Il mio imbarazzo cresceva, pensai di essere stata villana nella mia arringa pro-Marìas.
Glielo regalo, le dico. Su non faccia tante storie. Il tono era quello di un padre che cerca di persuadere il figlio a studiare e aumentò il mio stato di soggezione.
Magari glielo pago… osai e il mio compagno di viaggio alzò la voce e mi disse che non li voleva i miei soldi, e che diamine! Guardi che non voglio mica portarla a letto, voglio solo regalarle un libro.
La situazione era talmente ridicola che feci l’unica cosa normale: una sonora risata, accettai il regalo e iniziai a leggere.
Io e il libro
Mi sono rivista in Victor, nel suo attraversare ogni attimo i cammini della vita; nel suo considerare l’amore una casualità che riconosci inevitabilmente; nel suo scrivere nel buio.
***
La colazione dei campioni.
Kurt Vannegut
Questo è il racconto dell’incontro di due uomini bianchi, solitari, macilenti e abbastanza anziani, su un pianeta che andava rapidamente morendo.
Uno dei due era uno scrittore di fantascienza di nome Kilgore Trout. A quel tempo non era nessuno e immaginava che la propria vita fosse finita. Si sbagliava: in seguito a quell’incontro, divenne uno degli esseri umani più amati e rispettati della storia.
Colui col quale s’incontrò era un rivenditore d’auto, un concessionario della Pontiac di nome Dwayne Hoover. Dwayne Hoover era sul punto d’impazzire.

A costo di dare una definizione banale, per me Vannegut è semplicemente geniale. Mi piace come scrive, i ritmi che usa, la sua eccezionale ironia. Io adoro l’ironia. Non la comicità che riesco a sopportare solo a piccole dosi, né la comicità vestita di nuovo come le bacche del biancospino. E per spiegare perché quest’uomo mi stuzzica riporto le sue parole: Quando scrissi questo libro favoloso, vent’anni fa, ero ancora scosso dall’impatto della televisione sul vecchio mestiere di raccontare storie con carta e inchiostro. Mi sembrò una buona idea, per salvare il salvabile, cioè per trattenere quel pubblico che ancora restava a noi, poveri disgraziati dalle mani macchiate d’inchiostro, quella di rendere i nostri scritti più “visivi”. Così creai quest’opera che è una delizia sia per gli occhi che per l’intelletto. C’è così, in questo libro, qualcosa anche per gli analfabeti, che si dice siano negli Stati Uniti qualcosa come quaranta milioni. Quand’essi guarderanno il mio disegno di un paio di mutande, ad esempio, non avranno problemi nel riconoscerle come mutande e nel pensare tra sé e sé “mutande”.
Cheddire di più? Vonnegut sa fare satira, senza sterili polemiche ma con quella sua ambiguità fra l’essere un writer e un copywriter
Perché ho scelto di parlare di questo libro.
Perché l’ho rubato. Te lo confesso, Roberta (so che leggi in silenzio questo Blog), l’ho preso dalla libreria del tuo bagno (lunga storia che racconterò in un altro momento). È stato il giorno in cui mi sono lavata le mani con il dentifricio. Cosa ne potevo sapere che quel flacone del tutto simile a un flacone per il detergente mani/viso fosse un dentifricio liquido? Perché poi ti sei fatta fregare dalla pubblicità del due in uno? Prima ti lavi i denti e poi usi il collutorio, se vuoi. Due in uno è una cavolata. Ritorniamo al libro e al furto che sto confessando pubblicamente. Ho iniziato a leggerlo e sin dalle prime pagine di presentazione me ne sono invaghita. La presentazione è fuori dal comune, ma non è bella perché è fuori dal comune, è bella perché è bella, perché l’ironia comincia da lì, dalla presa per il culo di se stesso. Ah! L’arte sottile dell’autoironia. Potrei passare sopra molti difetti se affrontati con autoironia, e sana presa in giro di se stessi. Quanto mi spiace quando mi prendo troppo sul serio!.
Insomma Roberta, me lo sono messa in borsa. Pensavo di restituirlo, giuro. Poi l’ho sottolineato e glossato. Era mio. Sarebbe quantomeno stato apprezzabile che te lo confidassi. Lo faccio adesso. Lo confesso: non intendo restituirtelo.
Io e il libro.
È importante – di tanto in tanto – che ci venga rammentata l’importanza di buttarsi alle spalle cianfrusaglie del passato e provare una lettura diversa della vita e della storia. Questo libro l’ha fatto.
***


Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
Carlo Emilio Gadda
Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e crespati che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto latino.
L’ingegnere, il sottotenente degli alpini, il cultore della lingua…lo scrittore. È riuscito a farmi leggere un giallo, genere che non prediligo, delineando un commissario sornione che si aggira in una Roma dai colori paesani, fra benpensanti e poco di buono che si confondono fra di loro. Uno scrittore conosciuto in giovanissima età, in quarta elementare quando, in un tema sulla guerra, citai Niente e così sia di Oriana Fallaci e la maestra, donna eccezionale e votata all’insegnamento, mi disse che se proprio dovevo fare letture non adatte alla mia età e letture di guerra, tanto valeva leggere Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda. Il giorno dopo me lo portò e quello successivo iniziai a leggerlo.
Perché ho scelto di parlare di questo libro.
Perché mi fa pensare a mio padre esattamente come mi piace pensarlo: immerso nella lettura di un giallo, sdraiato sul letto oppure sull’amaca in campagna, sotto al pino. Sono diversi i gialli che piacciono a lui, ma ha letto con gusto Il Pasticciaccio e ricordo un piacevole pomeriggio di primavera in cui ne abbiamo parlato. Non è sovente che parli con mio padre giacché l’arte di discutere coi propri genitori si coltiva in un tempo che non mi è stato mai concesso. Ma quel pomeriggio di primavera …
Io e il libro.
Non c’e stata immedesimazione con un personaggio, piuttosto con l’ambiente, con quello scorrere dei giorni, con quella ricerca di una verità che è diversa a seconda dell’angolo da cui guardi.

***

Paradiso Perduto
Henry Miller
Fu Anaïs Nin che mi presentò a Conrad Moricand. Lo portò nel mio studio alla Villa Seurat un giorno d’autunno del 1936. La mia prima impressione non fu in complesso favorevole. L’uomo sembrava tetro, pedante, egocentrico, troppo sicuro di sé. Si portava appresso una sorta di alone fatalistico.
Era il tardo pomeriggio, quando arrivò, e dopo aver fatto quattro chiacchiere andammo a mangiare in un piccolo ristorante della avenue d’Orléans. Da come esaminò il menu capii subito che era un tipo meticoloso. Chiacchierò senza interruzione per tutto il pasto, pur continuando a mangiare di gusto. Ma era una conversazione, la sua, di quelle che non si fanno a tavola, di quelle che rovinano la digestione.
Aveva un odore che non potei fare a meno di notare. Era un misto di lozione per barba, cenere bagnata e tabac gris, con l’ombra di un profumo indefinibile, elegante.
Perché ho scelto di parlare di questo libro.
Perché in questo periodo di grande invadenza da parte della chiesa e dei suoi vertici, poco attenti alle anime e molto alla politica, mi piace ribadire questo passaggio: A me l’uomo in potenza non interessa. Mi interessa ciò che un uomo attua, o realizza, del suo essere potenziale. E cos’è un uomo in potenza, dopo tutto? Non è forse la somma di tutto ciò che è umano? Divino, in altre parole? Tu pensi che io stia cercando Dio. Non è vero. Dio è. Il mondo è. L’uomo è. Noi siamo. La piena realtà, questo è Dio: e l’uomo, e il mondo, e tutto ciò che è, compreso l’innominabile. Io sono per la realtà. Sempre di più. Sono un fanatico della realtà, se vuoi.
Io e il libro.
Il rapporto con questo libro è profondo per ciò che mi ha ispirato in un momento molto particolare della mia vita, di cui non ho voglia di parlare. È profondo. Tutto qui.