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martedì 23 ottobre 2007

A chi interessa più scoprire se ciò che si scrive è vero?

Ho letto questo.
Penso questo:
C’è differenza fra sincerità e onestà. Una linea sottile sottile che diventa trincea di sacchi di sabbia e mattoni. È vero, vi è uno strano modo di recensire Sappiano le mie parole di sangue. Anzi due: uno coinvolto da una scrittura che penetra nelle viscere; uno ammantato da una coltre di neo sarcasmo che ha il gusto della burla da scemo del paese. Vi è, in mezzo, una verità che a nessuno preme di indagare, e questo è intellettualmente scorretto. Se non è scorrettezza, allora è disinformazione. Peggio, sia per gli uni che per gli altri recensori. Questo Paese (il mio, il nostro) si culla, da un po’ di anni, sotto allo scintillio di gemellaggi imprenditoriali e politici che hanno evidenziate le voci “Balcani” e “Mediterraneo”. Finanziamenti e investimenti pubblici sono dirottati in quelle direzioni. Public Relation e New Economy. Tutto è meravigliosamente nuovo e splendidamente redditizio per una specifica classe politica e imprenditoriale. Il libro di Babsi Jones, a prescindere dalle recensioni, a prescindere – perfino – dal piacere o meno, avrebbe dovuto suscitare un qualche interesse da parte della stampa. Avrebbe dovuto, qualcuno (sarebbe bastato uno solo), domandarsi: Sarà vero? E invece no. Invece vi è silenzio e vi è la solita accondiscendenza passiva e stupido atteggiamento da burattino che è il male cronico di ogni italiano. Ci si perde nelle discussioni vuote, fatte di piccole prepotenze intellettuali, e si devia dal fatto in sé. È così che siamo stati educati: ci scagliamo frecce avvelenate da archi sempre tesi e dimentichiamo di osservare, pensando che uno sguardo qua e là sia sufficiente.
Penso, io, che semmai dovessi incontrare la Letteratura, le domanderei scusa per il ruolo in cui, noi, l’abbiamo relegata. E, se, per un’inaspettata fortuna, mi dovesse capitare di incontrare il Giornalismo, mi prenderei la briga di domandargli: Dove ti sei nascosto per tutto questo tempo? Ritorna, ché mi manchi assai. Il resto è brodaglia: recensioni viscerali e recensioni sarcastiche. Solo consueto sapore di sé.

giovedì 15 febbraio 2007

Ho letto Babsi Jones.



In questi giorni, su molti blog, si è variamente discusso in merito alla Lettera al commentatore generico, postata da Babsi Jones. In molti, me compresa, si sono affacciati sul suo blog per la prima volta e hanno commentato quell’unico pezzo scritto, quell’insulto al vuoto, quell’odiosa verità spiattellata sullo schermo. Là a disposizione di tutti. Una lettera intelligente, piena di riflessioni che, tuttavia, sfuggono ai commentatori generici che si paraculano in risposte frettolose e genericamente accettabili, che dicono e non dicono, che spesso sottendono un pensiero latente che non ha le palle di venire fuori. O, peggio, si abbandonano a semplicismi e sillogismi difficili da seguire perché si perdono nel frastuono dei “secondo me…” malati di cammeismo che pretendono un riconoscimento immeritato perché nulla aggiungono alla risoluzione, o solo semplice esegesi, del pericolo della massificazione dei pensieri.

Ho letto Babsi Jones. Non solo la Lettera al commentatore generico. Quella non è Babsi Jones, è il suo avvilimento, il suo urlo di lutto per una morte constatata dopo una lunga agonia: è morta l’interazione intelligente. È morta. È morta, e non è una fenice perché non risorgerà dalle sue ceneri. Si estinguerà, invece, nel sapore amaro della generalizzazione, del copiaeincolla di emozioni, dell’io ci sono perché ti dico di esserci, dell’alienazione da tubo catodico, della sintassi sodomizzata da alieni che dovrebbero essere il distillato di migliaia di anni di evoluzione, delle interpunzioni che non ti lasciano respiro, delle parole abusate.

Ho letto Babsi Jones. Non tutto, non è possibile perché Babsi Jones scende giù come una valanga; perché i primi scritti su quel blog risalgono al 2004. Non tutto, non è possibile perché mi piace come scrive Babsi Jones e non ho voglia di scorrere velocemente fra quelle righe maledette che accendono dubbi e scavano crateri dentro di te. Cazzo! Ma dov’eravamo quando questa donna scriveva già? Quando aveva già chiara la sua interpretazione della rete, e pigiava tasti nell’inutile speranza di una risposta che avesse un senso, che allargasse il senso di quel sentire che non ce la fa a stare in una sola spiegazione.