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giovedì 8 novembre 2007

Cose di questi giorni.

A me Torino piace molto. Neppure la stanchezza per riunioni estenuanti è riuscita a togliermi il gusto delle luci artistiche che si sono accese contemporaneamente alle 19.30 del 6 novembre. Neppure il mio tentativo di impegnarmi e auto-sensibilizzarmi verso il risparmio energetico. Solo un velo di malinconia per la morte di un giornalista che, al di là del colore politico, rappresenta un grande esempio di giornalismo libero. E la speranza che tutto il coccodrillame di questi giorni non si esaurisca nella sola nota di rimpianto. Utopia? Forse sì, ma talvolta non resta che quella per dare carburante alla speranza.

Sto leggendo “Baffi di Cacao” di Lina Dettori, nota ai blogger come Eva Carriego. L’ho già scritto e lo ripeto con convinzione: Eva sei brava. Del libro, vi parlerò quando avrò finito di leggerlo e lo finirò presto ché il fiato è sospeso sin dalla prima pagina, e l’apnea non lascia spazio a distrazioni. In questo momento sono sulla soglia di una porta, col ferma-immagine su un pugno ben assestato, e sto vagando in un tempo che sfida il tempo, in un intreccio di personaggi che già mi appartengono.

Qualche riflessione sull’editoria, sui nuovi scrittori, su nuovi canali di distribuzione si fa strada. Forse ne parlerò. Forse no ché è già tema abusato.

Stamattina, a Cuneo, esco dall’Hotel e mi ritrovo in una strada diversa da quella di ieri sera. La stanchezza e la notte nascondevano una familiarità con l’Emilia che amo, con quei portici bassi di Bologna soprattutto, ma anche di ogni città emiliana e della mia Parma. Mi manca, Parma. Me ne accorgo quando sono soprapensiero. Nello sfondo, a destra del mio sguardo, le Alpi. Nitide.
Su Arteinsieme, il sito di Renzo Montagnoli che riunisce molti autori in un variegato intreccio letterario, il mio racconto: Brindisi. Lo definisco racconto perché non vi è un modo letterario diverso per descrivere uno stato d’animo, la preghiera, l’urlo, la rabbia.

Sempre su Arteinsieme, l’intervista.

lunedì 1 ottobre 2007

Ritorno.

Ho sempre sostenuto che il mio blog non è un diario.
Non lo è.
Eppure.
Eppure, finisce che vi confluiscano stati d’animo. È la croce di chi ama scrivere, forse. Ciò che senti s’insinua, inevitabilmente, fra le righe, a fermare quella sensazione che t’invade. E non si può che soccombere.

B. mi ha scritto: “…mi hai spiazzata, non so reagire di fronte a una te che dichiara pubblicamente una sofferenza…”. È stato un po’ il filo conduttore della maggior parte delle e-mail che ho ricevuto e per le quali vi ringrazio.

Sorridere, comunque, alla vita è l’impegno che ho preso quel quattro maggio di un po’ di anni fa. Fardello duro talvolta. Ma è quanto di meglio possa offrire al mondo e perciò torno ad affacciarmi ad esso con il mio sorriso. Quello che mi accompagna nelle intemperie e mi tira sempre fuori da tutto.

Non ho voglia di raccontare, ma voglio scrivere pubblicamente che nella brutta vicenda che mi ha coinvolta la polizia è stata efficace, tempestiva, professionale e umana al contempo. È importante scriverlo perché non è giusto sottolineare sempre e solo ciò che non funziona. Ci sono donne e uomini dietro quelle divise. Persone.

martedì 15 maggio 2007

Dove sono andati i tempi di una volta per Giunone, quando ci voleva, per fare il mestiere, anche un po' di vocazione?


(Il titolo è una citazione da “La città vecchia” di De Andrè)



Il sesso acchiappa! si dice in pubblicità. E se ne fa buon uso. Non è infrequente vedere sui seipertre quarti di femmina in esposizione. Non è il tipo di visual che preferisco, tuttavia non ho voglia – non qui, non ora – di affrontare questo discorso. Piuttosto volevo soffermarmi sulla constatazione di un mio limite: l’erotismo. Ho letto, qualche giorno fa, il dialogo erotico di Dandapit e di rimando quello di …(non ricordo!). Naturalmente ho letto anche altro, fra cui, per esempio, Storia dell’occhio, di Georges Bataille, libro poco conosciuto ma senz’altro letto (!?) da Melissa P.

Mi sono messa alla prova. Avrei voluto scrivere un secondo post nella categoria E.d.S. (esercizi di scrittura), proponendo un dialogo erotico. Ero lì a immaginarmi scene calienti, a cercare spunti trasgressivi, a inebriarmi di passione e sensualità… ma il foglio restava (è restato!) tragicamente bianco. Le mani, in genere veloci e cieche sulla tastiera, restavano ferme ad attendere quel fiume di parole che rimaneva incollato nella testa, non prendeva corpo. A un certo punto mi è venuto da ridere. Sì, da ridere. Ne prendo atto: non sono in grado di scrivere un dialogo erotico.

venerdì 11 maggio 2007

Stranezze


Apro la cassetta della posta più per abitudine che per curiosità. La corrispondenza più importante, oramai, circola su internet perché non c'è più tempo d'attesa per le emozioni. La posta tradizionale è il veicolo per informazioni amministrative e burocratiche: le bollette, qualche multa per divieto di sosta o per eccesso di velocità, molta pubblicità di pessimo livello.

Resto stupita nel trovare una cartolina e ancora più stupita constatando che giunge da Milano, come testimonia il Duomo in primo piano. Capita che qualcuno invii una cartolina, ma non ne ricevo mai dall’Italia. Leggo: Ciao, volevo scusarmi per tutto. Che ne dici di rivederci la prossima volta che capiti a Milano? La firma è quella del mio ex che con tre anni e mezzo di ritardo si ricorda di scusarsi. Rimorso ritardatario o gli anta che accettano il cilicio tanto di moda negli ultimi tempi? Eh no! Niente redenzioni, per cortesia. Facciamo che continuiamo elegantemente a ignorarci, ok?
E, come se non bastasse il rimorso dell'ex...
Ritiro tutto il contenuto della cassetta e mi dirigo verso l'ascensore quando la mia attenzione viene attratta da un pacchetto color ocra appoggiato sopra alla mensola, con l’indirizzo scritto a mano con pennarello nero. È indirizzato a me. Lo prendo e schiaccio il pulsante dell'ascensore con il gomito. Rigiro il pacchetto per capire da chi arriva. Manca il mittente. Dal timbro constato che anche quello viene da Milano. Tastando capisco che si tratta di un libro.

Con una mano impegnata a reggere la borsa, le chiavi, la posta e l’altra intenta a tastare il contenuto del pacchetto, con qualche difficoltà, apro la porta di casa e appoggio tutto sulla sedia di cuoio. Tengo con me cartolina e pacchetto. Osservo la cartolina e mentre aumenta la mia perplessità, mi appresto a soddisfare anche la curiosità di scoprire cosa c’è nel pacco color ocra con l’indirizzo scritto a mano con pennarello nero. La grafia non mi dice nulla. Stampatello maiuscolo. Finalmente apro il pacco e tiro fuori il contenuto che conferma la mia supposizione: è un libro. Ma non un libro qualsiasi, il secondo libro scritto e pubblicato da X. Nella prima pagina con la stessa grafia e lo stesso pennarello con cui è stato scritto l'indirizzo, leggo: FOR YOU. È la seconda sorpresa della giornata. Sapevo del libro e avevo deciso di non leggerlo. X, lo scrittore, è stato un caro amico, ma da qualche anno, per motivi che non mi sono mai stati del tutto chiari, mi odia nel modo più plateale e dichiarato che mi sia mai capitato di constatare. Un odio che è scoppiato forte e impetuoso come la nostra amicizia. Un odio che inizialmente mi ha ferita, poi l'ho accettato. Escludo sia stato lui a inviarmelo giacché trovo il suo odio il più sincero dei sentimenti di cui X sia capace.
Trovo piuttosto singolare che nello stesso giorno, due pezzi della mia vita, un amore intenso e un’amicizia complicata, mi siano capitati addosso investendomi come un tir ad elevata velocità.

mercoledì 25 aprile 2007

Il bello di avere il mare sotto casa.

Ilaria e Assu: pomeriggio sugli scogli.







venerdì 20 aprile 2007

Alla faccia dello stereotipo!

Dopo due ore di autostrada, un'ora e mezzo di traffico sul G.R.A. trionfo romano della viabilità, tre ore di briefing, un'ora per presentare un progetto, mezz'ora circa di sorrisi e strette di mano, un trancio di pizza e un'immancabile cocacola, altre tre ore fra G.R.A. e autostrada, mezz'ora per il meeting report, q.b. per delineare le prime bozze di una strategia di comunicazione (a mente fresca prima che il brief si disperda nella mia interpretazione creativa che sarà utile solo nella seconda fase della messa a punto del nuovo progetto e nell'individuazione del team di lavoro), venti minuti per arrivare a casa, il tutto infarcito da decine di telefonate e con inizio alle ore 4.45... dopo tutto questo è piacevole abbracciare mia figlia.

giovedì 1 febbraio 2007

DIN DON! Parliamo di Dio?

Sono lì a godermi il meritato e biblico riposo settimanale, avvolta nel manto protettivo di un pigiama in felpa pesante, con i capelli bagnati e la maschera rilassante sul viso, a guardarmi il dvd che ha imperato per tutta la settimana accanto al televisore, ricevendo occhiate lussuriose: Ciao bello, sabato stiamo soli, io e te! Organizzo le cose da fare, e step by step le metto in pratica. Al pomeriggio sono più stanca della sera precedente, ma so che da quel momento e fino alla sera successiva sarò libera. È sufficiente per sentirmi bene. Sistemo i cuscini sul divano, giro il carrello ruotante della tv e posiziono il monitor nella direzione ideale. Finalmente inizia il film e…DIN DON!
Rispondo al citofono e sento una vocina da folletto gioioso che mi dice: Buoooonasera, lei crede in Dio? Sono veramente poche le cose che mi stupiscono. Questa è una di quelle. Mi scusi, lei mi sta facendo, attraverso il citofono, la domanda più importante del mondo? Sul serio mi sta chiedendo di dire a lei che non conosco se credo in Dio?
Questi piccoli soldatini di Dio (che siano testimoni di geova o mormoni o evangelisti o vattelappesca) istruiti secondo le più moderne tecniche di marketing di approccio e di relazione, hanno una risposta per tutto, ma soprattutto sono allenati a difendersi. Così passa al contrattacco e si scusa per non essersi presentato, si qualifica con nome e fede e mi chiede la cortesia di aprire il portone. Faccio presente che non ho tempo, disponibilità d’animo e, sinceramente, voglia di riceverlo, ma lui insiste che “almeno” gli apra il portone. Non apro perché se non mi fido di un profeta conclamato, ancor meno mi fido di una voce vagamente qualificatasi. Penso alle due signore anziane che abitano nel mio condominio ed evito accuratamente di far entrare un estraneo.
Sistemo ancora i cuscini, mi sdraio, ritorno al mio film...e…DIN DON! Questa volta il folletto è dietro la mia porta (qualcuno ha aperto) e mi rifà la stessa domanda. Faccio presente che non ho nessuna voglia di parlare con lui e, di rimando, mi giunge una vocina da folletta per bene: Vogliamo solo lasciarle una rivista.
Mi sento braccata. Non c’è modo di liberarmene.
Scusatemi, non posso ricevere nessuno in questo momento.
Le lasciamo la rivista…parla della società, della guerra, dei giovani…
Per cortesia, non ho voglia…
Non deve sentirsi obbligata, vogliamo solo portare la parola del Signore.
Non devo sentirmi obbligata? È da un quarto d’ora che mi massacrano i cosiddetti e non devo sentirmi obbligata? A questo punto il pomeriggio è saltato, la serenità agognata è andata a farsi fottere e così, con tanto di pigiama in felpa a pois e maschera verde sulla faccia, apro la porta e li invito ad entrare.
(…)
Prego, accomodatevi.
(…)
Prego. (Accompagno l’invito verbale con un plateale gesto del braccio.)
Forse non è il momento…ci scusi…
È da un quarto d’ora che dico che non ho voglia e che non è il momento, signora. Adesso ho aperto e mi fa la cortesia di illustrarmi tutto il suo repertorio.
Volevamo solo lasciarle la rivista…
Non è vero signora, suo marito – è suo marito? – mi ha chiesto se credo in Dio, bene adesso voglio rispondere.
Ci scusi…
Mi porge la rivista e cerca di girare sul fianco sinistro, travolge il folletto e scappa.
Pigiama in felpa e maschera idratante: chissà se funziona anche coi topi d'appartamento?!

domenica 14 gennaio 2007

Io, il muro di gomma.

Muro di gomma, per fortuna. Muro contro il quale non cozzano ma rimbalzano i luoghi comuni che non risparmiano nessuno, che, inevitabilmente, ti piovono addosso come per ricordarti che la banalità non ha frontiere e barriere. Ti arriva in grembo e la devi partorire.
Così, oggi, di fronte a quella domanda che non so quante volte mi sono sentita ripetere negli anni, credo di aver dato il peggior esempio di banalità. E forse per sentirmi meno piatta, meno sterile, eccomi a scriverne.
“Tu che te ne occupi professionalmente, cosa pensi della pubblicità?”
Eccola qua. Con una certa ciclicità “la domanda” avanza verso di me. A volte cela la saccenza di chi pensa di affrontare un argomento intelligente, a volte tradisce la speranza di chi sogna di lavorare in questo pazzo mondo, a volte urla l’ottusità di chi chiude gli occhi di fronte alla realtà dimenticando che è meglio vivere nel mondo e non contro il mondo… altre volte suggerisce l’accorta pacatezza di un’opinione sinceramente ispirata a una patetica involuzione che ci vorrebbe figli di Rousseau.
La mia reazione, oggi, è stata quella di dirottare il discorso su altre tematiche perché, molto sinceramente, di parlare con la vicina, in corridoio, di responsabilità sociali della pubblicità o, peggio, di intraprendere con lei una conversazione sui persuasori occulti non avevo alcuna voglia. Né mai ne avrò, a dire il vero.
Così, ho abbracciato, inevitabilmente, la croce della banalità e mi sono complimentata per il meraviglioso albero natalizio. “Un peccato disfarlo, vero signora?”. Ed eccola lì, subdola, viscida, strisciare piano piano e far capolino: la vanità. “Grazie. Se crede il prossimo anno posso darle qualche consiglio su dove acquistare dei meravigliosi addobbi.”
Come no? Avrei voluto risponderle, e invece ho annuito con un sorriso a denti stretti, ho lasciato scivolare furtivamente la mano nella borsa e come stupita dalla materializzazione nella mia mano della chiave di casa, ho sciorinato una faccia perplessa per la necessità resasi impellente di salutare e sono scappata via.
Ma come si può pensare che una che si occupa di pubblicità per dodici ore al giorno abbia voglia di parlarne nei pochi momenti di pace? E quindi, benvenuta banalità, per questa volta sei stata un’ottima compagna di avventura.