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domenica 1 giugno 2008

Abusi domestici? No problem! Sono sgravati dall’ICI.



Gli impegni presi in campagna elettorale, si sa, in questo Paese e da cotanto Premier, vanno rispettati: sull’ICI non si discute. Gli sgravi fiscali «saranno assolutamente coperti»: lo ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Dove prende, il ministro, i fondi a copertura? Semplice: taglia fondi già stanziati e destinati al trasporto locale, all’occupazione, all’ammodernamento della rete idrica nazionale, al recupero dei centri storici e, naturalmente, taglia il superfluo: venti milioni destinati ai centri antiviolenza per le donne.

I dati parlano chiaro - sempre che a qualcuno interessino sul serio -: su 14 milioni di donne che hanno subito e subiscono violenza in Italia, per 3 milioni di esse tali abusi si manifestano all’interno delle mura domestiche. Per molte l’unica via di scampo sono i centri e le reti antiviolenza.
Che dire? Le donne hanno, ancora una volta, firmato una cambiale in bianco e le cifre si stanno assottigliando. Evviva lo sgravio ICI: d’ora in poi gli abusi e le prepotenze subiti fra le mura domestiche saranno esenti da tasse!

mercoledì 30 aprile 2008

Campagna contro la violenza alle donne? Sì, certo, ma un po' di sesso non si nega a nessuno!

Scrivere di donne, di violenza che le donne subiscono, è “noioso”. Sono fermamente convinta che il 98% (o una percentuale di poco inferiore) dei blogger quando si imbatte in un post sulle donne, in fondo in fondo (e forse anche più in superficie), pensa: “Un altro post sulle donne! Uffff...”. Vi è l’imbarazzo, talvolta il timore, di imbarcarsi in una discussione maschio-femmina, femminismo sì-femminismo no, maschilismo sì-maschilismo no.
Quello che mi accingevo a scrivere era proprio un post di quelli “noiosi”. Ho fatto qualche ricerca, ho raccolto dati e pareri. Il post ce l’ho in mente, ma per adesso passo. Non perché non voglia scriverlo. Solo perché, volendo partire in bellezza pensavo di fare della campagna della Kidman il mio punto di partenza. Così mi sono imbattuta nel sito Ansa, che ho “fotografato” e vi propongo di seguito. Vedrete che in primo piano, in effetti, c’è proprio la bella attrice. Peccato che la stessa pagina, proprio sotto all’articolo, riporti due link (qualora uno non fosse sufficiente ad accontentare i desideri del maschio viagrato o meno). Li ho evidenziati.

Il primo
TROVA DONNE IN 5 MINUTI: trovala ora sui nostri siti. Cerca per età e regioni la donna che vuoi.
Il secondo
DONNE: contatto garantito subito. Entra subito e Incontra ora!

In entrambi i casi i link conducono a siti che favoriscono incontri uomo-donna, donna-uomo, uomo-uomo, donna-donna, sui quali si possono esprimere opinioni più o meno favorevoli (sempre lasciando a ognuno la libertà di fare quello che più gli pare nel rispetto della libertà altrui). Tuttavia l'esca è sempre la donna e, dunque, il target è il maschio arrapato o "solo curioso".

Ma i “signori” di Ansa.it da che parte stanno?

martedì 8 gennaio 2008

Perché?

Ci sono post (Jane) che andrebbero incorniciati, altri (Lameduck) certamente letti e riletti, sull'aborto. Eppure, la sintesi della maggior parte delle cose che ho letto è questa:

È innato, nella donna, il senso di maternità. Dunque questa Società (il Sistema!) deve darle l’opportunità di figliare a mitraglia. Ma quale diritto univoco all’aborto!? Non è umanamente possibile che una donna non voglia figli: è un desiderio insito nella “femminilità”.

È difficile accettare, per un uomo, che il suo seme prezioso vada sprecato o – non sia mai! – “raschiato”. Decine, centinaia di bambini nati e ammazzati dalle guerre degli uomini (forti, soldati, difensori della patria e dei valori) non suscitano tanta amarezza quanto la non morte di un essere mai nato. Perché?

giovedì 3 gennaio 2008

Anno che viene, Donna che muore!

Duana, diciassette anni – l’età di mia figlia! – non vedrà realizzati i suoi desideri e buoni propositi per il nuovo anno. Non vedrà crescere la sua bambina.
Duana è morta, uccisa da un colpo di pistola al petto.
Non darò fiato alle miserevoli considerazioni che già stanno popolando la rete e che rivendicano il risarcimento al popolo rumeno criticando la poca visibilità che il fatto ha avuto e immaginando una diversa indignazione se a morire fosse stata una donna italiana, né le emerite stronzate che popolano le menti più ignoranti e grette giacché il fatto si è “consumato” al Sud.
Un’altra donna è stata uccisa da un uomo: questo è il fatto. Permettere che i fatti vengano deviati dai pregiudizi è gravissimo. Permettere che i fatti vengano infangati da un punto di partenza errato non porterà mai a una nuova storia.

lunedì 5 novembre 2007

Femminilità: il packaging delle nuove bambine.


[Dedico questo post al coraggio di Emilia.]

Lo so che ne ho già parlato, però oggi, in un intermezzo inatteso (pausa pranzo che in genere salta) ho rigirato fra le mani e risfogliato il libro che ho finito di leggere ieri sera. Le parole son venute da sé, spalmate sul portatile acceso. Non è nelle mie abitudini recensire libri, e neppure questo post è una recensione. Seguo i miei pensieri e li confronto: è questo il mio rapporto coi libri.

Ancora dalla parte delle bambine
, ripropone, in una chiave giornalistica sì, ma con una riflessione personale che mi è piaciuta molto, la condizione attuale della bambina e della futura donna che diventerà. Oggi. Uno spaccato sulla differenziazione dei generi, che mai come adesso, non smetterò mai di scriverlo, produce un fraintendimento fra valori propri e desideri indotti. Loredana Lipperini, però, è andata oltre, ponendosi quella domanda che più volte ho posto: di chi è la colpa: dei media?, del marketing?, della pubblicità? Odio profondamente la parola colpa. La odio perché è dura, perché ti trafigge subdolamente come la lama di un pugnale affilato: taglia la carne in un lampo, e il dolore lo senti solo quando il pugnale si ritrae, con la consapevolezza dello smembramento di vene, di muscoli, di tendini… Eppure vi è colpa se oggi [più che in passato] le donne confondono la mercificazione mediatica del loro corpo con la libertà di essere se stesse. Una colpa che non può e non deve essere attribuita al canale di distribuzione, quanto a chi fa i contenuti, a chi li immette in un circuito che sempre più abbassa l’età del target, traballando continuamente fra il sapore di figa e la cenerentolità femminile. Basta leggere le interviste che vengono fatte agli uomini e quelle che vengono fatte alle donne: agli uomini si domanda di politica, di lavoro, di velocità e agilità; alle donne di amori, di leziose visioni della vita, di abilità (che è diversa dall’agilità) e di esprimere qualche piccola cattiveria. [La ricetta è servita. Format lo chiamiamo noi brutti e cattivi della pubblicità.] E va attribuita a chi questo lo consente e a chi resta inerme [vittima, si dirà] e si rifugia, sovente, nel “non sono tutti uguali”. Non sono tutti uguali chi? gli uomini? Convengo, ve ne sono di illuminati, sebbene anche loro, in fondo, subiscano il fascino di una femminilità grintosa che il più delle volte naufraga nella libertà sessuale intesa come facilitazione della caccia, nell’accettazione “prone” di una caduta del femminismo, nella complicità che dà ragione alla loro innegabile [?] superiorità, foss'anche solo fisica. Se gli uomini non sono tutti uguali, ne deriva forse che lo siano le donne? Tutte uguali come? Tutte puttane? No, è finita, secondo me, anche l’epoca di quello stereotipo, sebbene, ancora, qualche conservatore, tiri fuori a difesa del genere l’asso nella manica: Se parli così allora ti posso rispondere che tutte le donne sono puttane. No, non mi puoi rispondere così per due motivi: il primo è che se t’incontro e me lo dici a due centimetri dal mio naso ti spacco la faccia; il secondo è che sai benissimo che non è vero e quindi non fare lo stronzo e usala questa cazzo d’intelligenza che tutti i sondaggi e le statistiche attribuiscono al genere maschile!
Il dato principale è che siamo “tutti uguali”, ma differenziati per genere. Però nella differenziazione vi è un’intesa perfetta: quel buco è prezioso, per gli uomini e per le donne. E allora la pubblicità che fa? Ci analizza, ci conosce, ci riflette. La pubblicità “lo sa”, come ho già scritto e come meglio scrive Anna Maria Testa in una delle varie testimonianze che si trovano in Ancora dalla parte delle bambine. Lo sa e cavalca l’onda per assolvere al suo compito che non è sociale-educativo ma puramente commerciale: vendere. Vendere a chi è già convinto di essere inscritto in quel target. Non riuscirei a vendervi un sapone se non foste già convinti del bisogno di lavarvi, non riuscirei a vendervi “quel” sapone se non foste già convinti della necessità di mantenere bella, giovane e tonica la vostra pelle.
Non riuscirebbe, la pubblicità, a vendere sesso se non fossimo già convinti che quel buco è prezioso. Una preziosità che la Chiesa chiama maternità, ma non lacera e non sporca nella Sempre Vergine Maria, e di cui consente il possesso a un solo uomo. Una preziosità laica che si fa mezzo: vascello per migliaia di informazioni devianti che lasciano alla donna il solo spazio della femminilità: packaging indispensabile, il più possibile lustro e remissivo, di una remissività che non è più obbedienza ma presunta convinzione di scelta. Sono convinte, le donne, che non sono gli uomini a usare il loro corpo, ma, al contrario, loro stesse a servirsene (giacché ce l’hanno ed è così prezioso che serva alla donna!). Hanno anche un cervello – oramai non è più contestato – però è essenziale che non si dimentichino del corpo. Sarà quello ad assicurarle il futuro sia esso professionale o amoroso. Il buco è mio e lo gestisco io, scrivevano sui muri le femministe. Peccato che sia stato gestito secondo il format maschile.

In un commento al precedente post “La parola al sesso forte”, ho scritto, a proposito di un pezzo indicato e ritenuto, da donne e uomini, lo specchio della femminilità, che non lo condivido, per quanto scritto bene. Non lo condivido perché sono proprio questi contenuti, mutuati da una letteratura ghettizzante, ad accrescere la convinzione, nella bambina, che la cura della casa, dei figli, del proprio uomo nel quale rispecchiarsi al risveglio e dal quale ottenere parole di plauso e gratificazione “personale” [?], siano il proprio destino, inscritto in quella formidabile invenzione maschile che è la femminilità.

Smettiamola, vi prego, di farci convincere che il mondo rosa dal quale abbiamo cercato di tirarci fuori, sia, in realtà, tutto quello che desideriamo. Il libro leggetelo: per molti potrebbe essere l’inizio di una riflessione, per altri – come nel mio caso – si potrebbe consolidare la certezza dell’esistenza di altre donne (e uomini) che vanno al di là di tette e culi, pur avendoli. Troverete molte citazioni di altri libri: una bibliografia che, se non altro per amore di confronto, vi suggerisco. Fra tutti, come ho già, varie volte, ripetuto: Il secondo sesso. Troverete anche molti website e blog. E testimonianze interessantissime (non solo di donne).

Ancora dalla parte delle bambine: leggetelo, spegnete la televisione e discutetene con le vostre bambine e i vostri bambini (anche con loro).

mercoledì 31 ottobre 2007

La parola al sesso forte.

Proprio non mi riesce di intascare indifferentemente la notizia: un’altra donna violentata e massacrata di botte; quanto fa? cinque, dieci, venti? E ci sarà pure un corrispondente numero da giocare al lotto, secondo me. Non sono ferrata in materia, ma volete che non ci sia? Suvvia!
Sì, torno a parlare di donne e ci tornerò ancora e ancora, fino a quando avrò un filo di voce e una tendinite fulminante non m’impedirà di schiacciare lettere sulla tastiera. Io provo rabbia. E provo vergogna per questi uomini che fanno della sicurezza dei cittadini un altro baluardo politico. Prima era l’Islam, ora sono i rumeni. Qui non si tratta di provenienza geografica, ma di uomini e donne che non si riconoscono ancora la medesima qualità di persone. E allora lo domando agli uomini: cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per farvi entrare nelle teste che non siamo solo un buco con un po’ di curve attorno? Mi pare che non abbia funzionato il sistema di ammantarci con veli e burka, dobbiamo forse rispolverare le cinture di castità e buttare le chiavi nell’oceano? Che cosa dobbiamo fare? Iniziare a fare a botte da adolescenti sì da temprare le ossa per una futura lotta? Armarci e sparare in fronte al primo che ci fa un complimento? Autoacidificarci in modo che questo corpo non susciti più istinti se non di disgusto? O forse no: forse potremmo cavalcare la strada amicale e girare nude, magari con un cartello che dica: accomodatevi! Oramai la strada è già imboccata, basta solo che ci diciate che può andar bene così.

Oggi è uscito il libro di Loredana Lipperini: Ancora dalla parte delle bambine. Lo attendevo da un po'. L’ho comprato qualche ora fa. Posso solo segnalarvi, per ora, che le tematiche sono interessanti e, talune, incentrate sulla pubblicità che è un campo che mi appartiene, con riferimenti ad Anna Maria Testa (Liscia, gasata o Ferrarelle? Di Sangemini ce n’è una sola. Tanto per fare qualche esempio di campagne pubblicitarie, e uno dei più bei libri sulla pubblicità: La parola immaginata).

Donne, la dobbiamo smettere di attenderci che “loro” capiscano: basta con questa femminilità che ci hanno cucito addosso. Basta vi prego, ché qui si continua a morire da stronze.

martedì 31 luglio 2007

Libere di essere donne.

In un altro blog si è accidentalmente ripresa la discussione su questo mio post.
Marassi, che per motivi tecnici non riesce a postare commenti sul mio blog [oramai ci sono affezionata a blogspot, ma devo valutarne l’effettiva funzionalità] mi ha risposto così:
In linea di principio potrei anche condividere gran parte delle considerazioni fatte da Assu ma semplicemente perché fin troppo ovvie e scontate.
Quanto raccontato, con tanto di considerazioni sulla doppiezza moralista di chi poi è contemporaneamente censore e cliente delle prostitute, fa parte a pieno titolo di quel senso comune che a suo tempo Boudelaire amava definire "betìse" e che oggi intasa quotidianamente tutti i canali televisivi di intrattenimento pomeridiano.
In quanto alla generica affermazione sui maschi che tu
[si riferisce a Laura Costantini, n.d.r.] riprendi nell'ultimo commento, fa il paio con le altrettanto generiche affermazioni che certi maschi fanno abitualmente sulle femmine.Non nego che statisticamente i maschi tendano a conservare tutti i benefici vetero-sciovinisti della cultura dominante.
Ma a parte il fatto che, in un maschio, un atteggiamento emancipato non corrispondente a una reale intima percezione si riconosce lontano un miglio. Va anche detto che assolutizzare una valutazione del genere come fa Assu, raccogliendo peraltro anche il tuo consenso
[si riferisce a Laura Costantini, n.d.r.], può essere o l'indizio di una scarsa propensione alla logica statistica oppure il retaggio di cattive frequentazioni in campo maschile.
Nel secondo caso mi dispiacerebbe molto per voi, ma attribuirei la colpa alla sfortuna più che alla genetica.
Ti rispondo qui.

Finché l’ovvio si scontrerà con l’ignoranza, sarà necessario parlarne. Ignoranza che, spesso, non è degli uomini ma delle donne. Fino a quando queste non avranno chiara l’opportunità di costruire e resteranno legate a schemi mentali vecchi quanto il mondo e si vedranno come “parte completante di un uomo”, non ci sarà nuova storia. Ma è anche degli uomini, ancorati a una visione di superiorità che sembra scritta nel DNA (ma così non è).
Personalmente mi preoccuperei più del tessuto sociale-lavorativo che delle donne nude in televisione che tu vai a guardare, e io, invece, ignoro ché sono ben altri i miei obiettivi. La dignità sta nella testa e non nelle mutande. Tu non l’hai scritto – è vero – ma come posso interpretare questo tuo post? E, comunque, una riflessione parallela s'impone: dove è scritto che sia vietato a una donna mostrare il proprio corpo? In quale cultura se non in quella puramente maschilista (che non è solo degli uomini)? La donna non è cosa vostra, da ammantare ed esibire a piacimento, da coccolare e sgridare, da lodare per virtù che voi le avete attribuito e ricondurre sulla retta via. Con quale diritto si sancisce che non sia “buon costume”? Con quello canonico che prima fa della donna la bestia dell’uomo e poi l’innalza a vergine eterna? Con quello laico (se di laicità potremo mai parlare senza ipocrisia nel nostro Paese) che riconosce diritti mantenendo il potere nelle mani degli uomini? Con quello naturalistico che sancisce una femminilità cucita addosso alle donne e dalla quale queste non riescono a distaccarsi (per stupidità, molto spesso)? Con quale diritto?
Dov’è esattamente l’errore secondo te? Io ce l’ho un’idea, ma vorrei il tuo punto di vista ché mi pari così determinato a confondere la logica statistica con la banalità del luogo comune del “non siamo tutti uguali” che si cela, neppure troppo velatamente, in quell’invito a considerare il parco maschi conosciuto. Personalmente lo leggo come una difesa: ehi, donnicciole che vaneggiate, io non sono così! E come sei tu? Come sei tu che giudichi e ti scandalizzi di fronte a quello zapping che evidentemente non ti lascia indifferente. Come sei tu? Non stai forse attribuendo alle donne la “perdita di valori”? Quali valori, poi!
Quindi, gentilissimo xy, scendi dal piedistallo perché a differenza di te a me non mi scandalizza un corpo nudo, né anelo a interpretare il ruolo di moralizzatore nella prossima edizione de “Le Iene”. Parli di logica [condivido l’abbozzo di tentativo razionalizzante] ma poi cadi nel già sentito che puzza di stantio. E se ritieni ch’io debba ammantarmi per essere donna, ti rispondo che non me ne frega essere donna come tu vuoi.
A me interessa essere persona capace di pensare, produttiva, sufficiente a me stessa, in grado di dare da vivere alla mia prole che non sarei disposta a sacrificare sull'altare se chiamata da un qualunque dio, ché non c'ho da dimostrare di poterne fare a meno. Quello è già diritto conquistato. Non ho bisogno di un dio.
A me non me ne frega nulla della femminilità come tu la intendi, io sono avanti già di qualche miglio [non è tanto, ma è qualche centimetro conquistato con la fatica del mio lavoro e del mio pensare e ne vado fiera]. Non ho tempo per la tua - probabilmente inconsapevole - guerra alle donne. È cosa tua, non mi appartiene più. Io sono diretta verso il cambiamento. È quella la mia meta. Le donne lo capiranno, e quando l’avranno capito la smetteranno di farsi costruire dagli uomini le quote rosa per concedere loro un’altra occasione di essere trombate. Lo capiranno e la smetteranno di limitarsi a mostrarsi e di cercare il compagno a cui essere devote e, piuttosto, cercheranno un compagno con cui condividere, alla pari, sconfitte, onori e glorie. Quando lo capiranno, la smetteranno di farsi assorbire da un sistema maschile e saranno finalmente libere di essere donne.

domenica 22 luglio 2007

XX & XY: lettura consigliata a un pubblico adulto (preferibilmente intelligente).

[Forse sì, forse ho generalizzato, ma vi domando di scrutare a fondo e di osservare e indagare, osservare e indagare, osservare e indagare. Una generalizzazione che vuole muovere una riflessione io la concedo a me stessa senza chiamarla incoerenza, e voi?]

Le dieci e mezza di sera. In estate è ancora presto per tornare a casa, anche se hai quindici anni. Soprattutto se abiti in una città di mare. Sulla riviera Nord, quella che da Pescara porta a Montesilvano, dall’Orsa Maggiore in poi, ché prima ci stanno solo famigliole che leccano gelati e inseguono bambini su minuscole bici colorate, le vedi. Hanno la pelle abbronzata, indossano minigonne e magliettine aderenti. Sono belle, fresche, luccicanti sopra e sotto il make up. In vetrina, ma non sono puttane. Le puttane stanno dall’altro lato della strada. Hanno la stessa età, sono vestite allo stesso modo, ma stanno dall’altra parte della strada. Sul lungomare, scivoloso per la sabbia portata dai bagnanti, loro sculettano spensierate. Non sono puttane: sono adolescenti. Giocano con la malizia che hanno appena imparato e stanno assaporando il loro essere femmine. Come cuccioli di felino che celano nel gioco il loro futuro di predatori, sperimentano la sensualità. Con la stessa naturalezza dei cuccioli di felino, lottano istintivamente. Quindici anni e sulle spalle il peso del nuovo perbenismo che le etichetta, senza ascoltarle, come vuote veline denudate di ogni moralità e intelligenza. Poco importa che, a scuola, siano le più brave, le più attente, le più coinvolte, le più attive, le più propositive. Sono solo piccole femmine che suscitano desideri e istinti irrefrenabili. Irrefrenabili per chi? Forse vale la pena domandarselo. Per il nuovo maschio? No. No perché non c’è un nuovo maschio. Questo è il problema: le donne cambiano, tentano di cambiare, ma i maschi restano quelli di sempre, anche quando apparecchiano la tavola e vanno a prendere i figli a scuola; lo fanno per sentirsi e sentirsi definiti evoluti e moderni, non perché sentano di far parte di uno stesso sistema.
È solidarietà non e coscienza.
Quando lo dico e quando lo scrivo sono, prima e più dei maschi, le femmine a ribellarsi. Non sono tutti uguali, non il mio uomo! E invece sì, care persone che avete il mio stesso intreccio di cromosomi. Sono esattamente come gli altri. Un po’ più furbi, ma come gli altri. E non pensiate di averne educato almeno uno. Lui, il vostro lui, si è semplicemente adattato. E stiate certe che, quando incrociando le adolescenti-veline, esclamerà: “Che fine ha fatto il femminismo?”, intenderà semplicemente sottintendere che, lui, quelle adolescenti se le farebbe eccome, ma non è colpa sua ché è maschio e quindi gli tira, è colpa loro e del loro essere svestite e provocanti. Ma com’è, care persone con una y in più e una x in meno, non lo sapete forse com’è fatta una femmina? Com’è che a vederla nuda vi bolle il sangue e vi si rizza? Culi e tette ce n’è in abbondanza, in ogni dove, eppure non smettete di cercarli: sulle riviste patinate lucide, in televisione, sul web, sui seipertre e sul lungomare. È da quando esistiamo che siamo fatti così: voi il grillo e noi la passera. Eppure!
Care donne che vi ribellate all’ovvio, guardate attentamente e capirete che non lo avete affatto educato il vostro lui. Al contrario, lui ha educato voi a considerarvi diversa, al di sopra delle puttanelle. Vi ha assorbite nel suo credo e rese cieche di fronte all’evidenza. Vi ha regalato il sogno dell’uguaglianza e voi lo ripagate a caro prezzo perché ci rimettete in dignità.
Com’è che un architetto è un architetto se i suoi cromosomi sono xy, ed è un “architetto donna” se i suoi cromosomi sono xx? Com’è che uno scrittore è uno scrittore e una scrittrice deve spiegare perché scrive? Com’è che un uomo è pragmatico e una donna ha il pragmatismo di un uomo? Com’è che l’uomo è virile e la donna è puttana? Com’è che (nella maggioranza dei casi) a morire da stronzi gli uomini ci vanno in guerra e per spacconaggine e le donne per violenza subita dagli uomini? Sono le
statistiche a parlare. Sono i fatti. E i fatti, ancora oggi, inducono a dover dare spiegazioni che dovrebbero stare ficcate nella testa di tutti (senza distinzione di x e di y) sin dai primi secondi di vita. Com’è che ridete compiaciuti della perspicace intuizione di Oliviero Toscani (mi pare) per cui i tacchi a spillo sono, nell’immaginario collettivo, inversamente proporzionali all’intelligenza?
E a voi care donne domando: come potete sopportare di dover rinunciare alla vostra reale femminilità, che è dote naturale (giacché tanto si è parlato ultimamente di natura, o vale solo per gli omosessuali?) e significa essere libere di essere donne, a favore di quella che vi hanno cucito addosso e convinto che sia "la femminilità"?
[NevroticaMente vostra]

mercoledì 11 luglio 2007

Che uomo che è questa ragazza!

Loredana Lipperini annuncia il suo nuovo e, da quanto leggo, interessante libro: Ancora dalla parte delle bambine. Faccio una doverosa premessa: ciò che segue non è in alcun modo legato al libro che non ho ancora letto giacché uscirà il 31 ottobre, ma pensieri scaturiti dalla presentazione che trovate qui e che, in parte riporto.

Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire la casa per padri e fratelli. (…) Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni: diventare ballerine, estetiste, infermiere, madri. Questo è il mondo delle nuove bambine.

Insomma, nulla sarebbe cambiato da quando alla povera Gertrude (la monaca di Monza) venivano dati santini e similari con cui trastullarsi.
Il ballo inteso come grazia e sinuosità dei movimenti, l’estetica, la tendenza a curare, l’essere madre sono parte integrante dell’essere donna a cui non ho nessuna voglia di rinunciare. Non credo che il raggiungimento della pari dignità – per quanto mi riguarda più importante dell’uguaglianza cui spesso si anela – debba comportare la perdita di ciò che è caratteristica propria della femminilità. Che ciò non debba diventare né fine né mezzo è doverosamente condivisibile, ma è altrettanto doveroso riconoscere peculiarità femminili che sono parte del nostro modo di pensare e perfino di essere. Il rischio, altrimenti, è quello di sentirci gratificate dall’essere considerate “donne con le palle” come già più volte e da più parti contestato. Una volta, un caro amico, di fronte a una mia decisiva presa di posizione si è espresso così: Che uomo che è questa ragazza! (Massimo De Nardo, che legge questo blog, lo ricorderà sicuramente). Questa non è pari dignità, care donne, perché, in tutta franchezza, di andare in giro a dare pizzicotti sul sedere non ho nessuna voglia (e per cortesia evitiamo commenti del tipo: non tutti gli uomini lo fanno e blablabla ché lo so). Ciò che desidero, semmai, è avere il giusto riconoscimento per ciò che faccio anche se lo faccio con il rossetto. Né più né meno. Perciò sono sempre stata profondamente contraria alle quote rosa che trovo offensive perché non si può pensare – non più porcamiseria! – di esserci per percentuale di esistenza.

Negli anni settanta, Elena Gianini Belotti raccontò come l’educazione sociale e culturale all’inferiorità femminile si compisse nel giro di pochi anni, dalla nascita all’ingresso nella vita scolastica. Le cose non sono cambiate, anche se le apparenze sembrano andare nella direzione contraria. (…)Sembra legittimo chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi trent’anni, e come mai coloro che volevano tutto (il sapere, la maternità, l’uguaglianza, la gratificazione) si siano accontentate delle briciole apparentemente più appetitose. E bisogna cominciare con l’interrogarsi sulle bambine: perché è ancora una volta negli anni dell’infanzia che le donne vengono indotte a consegnarsi a una docilità oggi travestita da rampantismo, a una certezza di subordine che persiste, e trova forme nuove persino in territori dove l’identità è fluida, e fluidissimi dovrebbero essere i generi, come il web.


È questo – ancora e inaccettabilmente – il punto. Forse un po’ di cose sono realmente cambiate, solo che gli adulti restano troppo spesso imbrigliati nella rete dell’onnipotente sistema valutativo che, sovente, dimentica che i contenitori restano vuoti quando nessuno li riempie. E quelle donne che volevano tutto si sono scontrate con una realtà complessa, perché non è facile – ammettiamolo – essere donne in carriera, buone madri, mogli, infermiere… Ci sarà pure un motivo se l’uomo, da sempre, si è ritagliato un ruolo e ci si è accasato (e anche qui, so bene che vi sono le ripartizioni dei compiti, che anche loro vanno a prendere i figli a scuola e tutte quelle cose che, però, fanno per sentirsi e sentirsi definiti evoluti/moderni non perché lo ritengano parte integrante della loro esistenza). Quelle donne, molto semplicemente, hanno – spesso – parcheggiato i figli davanti al mondo scintillante della televisione, della musica commerciale, della letteratura alla Melissa P. Quelle donne (che siamo noi, non ce lo dimentichiamo perché il rischio è quello di salire sul pulpito dell’opinionismo scevro di ogni responsabilità) hanno impegnato il loro tempo a costruire un presente che le vedesse uguali agli uomini. E qui ritorno al concetto di dignità: non è l’uguaglianza fine a se stessa che ci rende libere, ma la pari dignità. Essere donne non significa essere diverse, è tempo che ce lo mettiamo in testa. Essere donne significa essere donne. Non dobbiamo giustificare ciò che siamo per nascita. Se vi è un diritto da difendere è quello di poter essere libere di essere donne, senza per questo dover giustificare il desiderio o meno di maternità, lo scrivere, l’essere manager, l’avere successo, il volerci sentire belle, la lacrima facile, il web, la scelta di essere madre e moglie, eccetera.
Troppe volte mi sono sentita dire: tu hai il pragmatismo di un uomo. Non lo sopporto! Non è un complimento. Tu sei pragmatica, è sufficiente.


sabato 30 giugno 2007

Quanta strada ancora dobbiamo percorrere?

Non è da tanto che ho ricordato Hina. Mia figlia mi ha chiesto: perché? E io non ho saputo dare una risposta. La diversità non esiste, le ho sempre detto, è frutto della nostra incapacità di capire. E io non capisco. Non capisco perché ci fossero quasi esclusivamente donne musulmane a protestare per Hina. Non capisco perché non si gridi al dolore. Sì, il dolore. Non c’è da vergognarsi a provare dolore, non è segno di debolezza ma di umanità. E c’è bisogno di umanità. Un amico mi ha scritto: ... col tempo impareremo a considerarci persone, non maschi, non femmine, persone che hanno qualcosa da raccontarsi, qualcosa da darsi…

Da Carlo, leggo: “…al processo contro i massacratori di Hina Saleem, la ragazza uccisa nei dintorni di Brescia l’11 agosto 2006 perché voleva vivere normalmente, e dunque rifiutava le regole del suo clan e della sua religione, non è stata ammessa la costituzione di parte civile da parte di un’associazione di donne musulmane. Lo trovo sconcertante: oltre a non difenderle noi (la sinistra purtroppo su questo ha molte ambiguità), non permettiamo neppure che si difendano da loro, le donne musulmane. Chi mi conosce sa che detesto le religioni (le considero strumenti di potere e d’oppressione, tutte), ma, appunto, non faccio distinzioni: oltre al cristianesimo e all’ebraismo, per dire, detesto cordialmente anche l’islam. La sinistra invece sembra fare timorose distinzioni, che personalmente non sopporto. Quando fu uccisa Hina scrissi una specie di poesia, che si trova a pag. 571 del mio libro La parola rinvenuta. Ce l’ho voluta mettere, allora, nel libro, pur sapendo che non è una «vera» poesia, ma piuttosto un discorso civile. Ma mi sembrava necessario. E mi sembra necessario anche adesso.”

Carlo Molinaro, e la poesia la potete leggere
qui.

mercoledì 27 giugno 2007

Violenza e sua eco: percezione.

Non ancora persone: solamente donne. Dal taccuino pubblico di Babsi Jones, che come sapete ho letto quella volta e continuo a leggere: "...Perché sto scrivendo tutto questo (e lo sto scrivendo in modo sconnesso, da brogliaccio)? Perché la settimana scorsa mi è capitato fra le mani un libro. BRUCIATA VIVA. L’autrice si chiama Suad, naturalmente è un nome falso, Suad si deve nascondere. Suad era una giovane cisgiordana..."


Conoscevo la storia di Suad, anche se non ho letto il libro. Non l’ho letto per scelta giacché più volte mi è stato sventolato sotto al naso da una sorella inorridita. E non l’ho letto nonostante l’abbia acquistato. Non significa non voler vedere il problema. C’è. Come la storia di Hina Saleem, uccisa e scaricata come immondizia da suo padre e suo fratello perché troppo occidentale. Come la storia della ragazza rumena a cui un collega/conoscente ha strappato, con le proprie mani, i genitali per la furia di uno stupro non riuscito. Ricordate il post di Daniela Tuscano? La violenza si esplica variamente. Lo stupro ne costituisce solo l’esempio più plateale. E non ha altra radice che nel modus pensandi maschile. Pragmatico si dice. Incentrato sul proprio godimento, direi. L’ho scritto qui
Lo conosco il problema. Lo conosco, lo sento dentro, sotto la cute come ago che ti inietta il liquido di contrasto quando fai la tac. Sei lì circondata da persone che per quanto sforzino un’affabilità insolita nella sanità che meglio conosciamo preceduta dall’aggettivo “mala”, percepisci come ostili. Ed è questa la percezione che chi ha subito violenza ha del parlare che se ne fa, anche quando rompe il silenzio, anche quando se ne fotte dei benpensanti e dell’educazione castrante che impone di lavare in casa i panni sporchi. Lo so. L’ho vissuto sulla mia pelle. Lo vivo ogni istante, nonostante io sia una donna emancipata, adulta oramai, intelligente a quanto pare, disinibita tutto sommato.
Nonostante abbia rotto il silenzio.
È la rabbia l’unica buona compagna. Non la vendetta che non conduce a nulla. La rabbia che mi ha spinta, ancora bambina, a distruggere ciò che chi mi ha fatto del male amava di più: non i suoi fiori, quella è stata vendetta, ma la sua convinzione che il mio sì sarebbe stato per sempre. Se c’è un qualcosa che le donne d’occidente possono provare a raccontare come esperienza alle donne d’oriente non è altro che la consapevolezza acquisita con le unghie che si può dire di no. Si può. E va insegnato anche ai bambini, quando s’insegna a dire grazie, prego, scusi, per favore. Ai nostri bambini d’occidente come alle bambine infibulate (non se ne parla più ma ci sono ed è violenza).

domenica 24 giugno 2007

Donne, oltre alle gambe c'è di più! Ma intanto...


…intanto le gambe vanno più che bene, soprattutto se si tratta di politica e se la politica si prostituisce alla Tv aprendo la strada a un nuovo Grande Fratello Nazionale che ci regalerà (a noi italiani) una nuova fasulla piazza dove raccontare i fatti nostri, dove selezionare accuratamente domande, risposte e problemi di rilevante e univoco interesse.
Antonio Vergara, La Tv della Libertà
Ora, qualcuno potrebbe dire: Ingenua Assu, è da mo’ che la politica si è prostituita alla Tv! A ben riflettere, tuttavia, qualcun altro potrà convenire con la sottoscritta che con la TV della Libertà si è oltrepassato il limite giungendo incontestati e perfino ammirati alla spettacolarizzazione del rimasuglio ideologico di questo Paese (il mio, il nostro) e alla consacrazione del falso come verità assoluta. D’altro canto, ci hanno rubato i colori e l’orgoglio istituzionali, i colori e i payoff dell’orgoglio sportivo, il sentire più profondo che è la libertà. Ci rimaneva solo la nostra espressione variamente tradotta nelle chiacchiere da bar, da piazza e da muretto.
Ed ora non abbiamo più niente. Teniamoci la Brambilla e le sue gambe da urlo. Forse, in fondo, è ciò che ci meritiamo. Solo una richiesta a questo punto: si finisca di rompere con la storia che la pubblicità strumentalizza la donna. Grazie.
Qualcuno ricorderà il saggio di Claude Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela. Mutuando la sintesi di Daniela Brancati, ne La pubblicità è femmina ma il pubblicitario è maschio: le donne sono state il primo strumento di scambio fra i gruppi, la prima moneta di cui per i maschi era comune ed evidente il valore, esse sono state anche la prima parola, il primo segno che ha permesso la comunicazione.

mercoledì 6 giugno 2007

Di treni, viaggi, buona sanità e saluti.

(Ricordo ispirato dal post di Laura, successivamente linkato)
Viaggio raramente in treno, quasi sempre in aereo e talvolta in automobile. In città uso le gambe, dettaglio che poco c’entra ma tanto fa. Il mese scorso mi è capitato di prendere il treno. Il mio scompartimento, nel tragitto, si è popolato di tre signore di mezza età. Tutte e tre silenziose, educate, composte.
La signora con l’abito leggero e l’acconciatura un poco trascurata sfogliava Gente. Di tanto in tanto ritornava sulle pagine precedenti.
La signora dai capelli rossi, pantaloni neri e canotta in tinta con cuciture dorate, sfoggiava una vistosa collana e sfogliava, con poca voglia, le pagine di Donna D passatole dal marito che, nel corridoio, leggeva il suo quotidiano imprecando di tanto in tanto e manifestando il suo desiderio di fumare.
Infine, la signora in jeans-gioiello vistosamente firmati e t-shirt verde acido con firma dorata, inforcando gli occhiali, pure essi griffati, prese a sfogliare l’Espresso.
Portatile acceso e cartella di documenti alla mano, io stavo completando una relazione.
Mi cade un foglio. Mi chino. Si chinano, istintivamente, anche la signora rossa e la signora in jeans-gioiello. Dico: Grazie. Scatta il pulsante della comunicazione generale. Prego!, Sta lavorando?, Vuole qualcosa da leggere?, Dove sta andando?, Com’era il tempo a …?, È di…? Ah, io ci trascorro le vacanze… In men che non si dica le due signore, la rossa e quella in jeans-gioiello, sono lì a raccontarsi dei loro problemi di salute. Problemi gravissimi che a una me taciturna dietro il monitor procuravano una certa sensazione di vertigine: un cancro con tanto di programma di inizio terapia e un’insufficienza renale con tanto di dialisi. Le due signore, con frequenza periodica, si recano a Milano in appositi Centri medici, e non pagano un euro. Vengono rimborsate anche del biglietto del treno, del vitto e dell’alloggio. Si confrontano sui sistemi sanitari illustrandone aspetti positivi che fa piacere ascoltare: medici preparati e umani, infermieri gentili ed efficienti. La signora rossa, quasi sussurrando, si rivolge a me: io ho lavorato tutta la vita, sa? ho fatto la parrucchiera dall’età di quattordici anni. Adesso avrei dovuto godermela la vita, ma… Trovo sempre qualche difficoltà a confortare chi non conosco e mi sono limitata a un sorriso e a un banalissimo: D’altro canto, pensi se non potesse essere curata!
A questo punto la signora dalla piega trascurata entra in scena in maniera divertente e inaspettata. Con le mani afferra l’abito e lo tira su fino a scoprire le ginocchia e buona parte delle cosce. Dalle rotule partono due cicatrici speculari che arrivano fino a mezza coscia. Dice: Anche io ho avuto i miei problemi!
Quello che fino a pochi istanti prima era stato un confronto a due, accoglie, con leggera piacevolezza, la terza attrice di questo reality della buona sanità.
Esiste eccome. Jane ne parlava qui. Laura ne parla qui. E, francamente, sono contenta di abitare in Italia, dove non potrebbe accadere questo.

A proposito di viaggi, domani parto per altri cinque giorni. Questa volta vado in Veneto. A presto.

venerdì 25 maggio 2007

La Bologna di via Stalingrado.


Era da un po’ di anni che non restavo qualche giorno a Bologna, città che custodisce i ricordi intimi di nottate al ritmo del jazz o, semplicemente, a tessere parole che mi restano addosso come marchio indelebile di un sogno che adesso ha sedici anni e mezzo e mi guarda con due occhi neri nei quali riconosco i tratti inconfondibili della mia vita.
Bologna che da bambina sentivo raccontare da mia cugina che vi si era trasferita per studiare medicina e che immaginavo parte del mio futuro. Bologna che ho ritrovato nella sua immensità e con grande orgoglio negli studi di Storia del Diritto italiano e Filosofia del Diritto, come culla della cultura universitaria. Bologna che sto leggendo fra le righe delicate del libro di Lucia.

Bologna che mi rifiuto di accettare nelle parole dure, ma atrocemente vere, difficili da smentire, del direttore della divisione europea della multinazionale che seguo come consulente.
David non è un bacchettone. Giovane, in gamba, intelligente, di bell’aspetto, a capo della divisione europea di una multinazionale fra le poche ad avere una maggioranza azionaria italiana, con una centrale marketing che dall’Italia dirige, oltre all’Europa, anche America, Cina, Russia...
Di Mondo e di Vita, David ne ha visti parecchio, eppure, con il suo affascinante accento spagnolo e quell’italiano sempre incerto sia per i castigliani che per i catalani, attraversando via Stalingrado, quasi con il nodo in gola ha detto: Non è bello! Non è per nulla bello tutto questo.
David si riferiva all’enorme quantità di ragazzine dai quindici ai vent’anni che dalle primissime ore del pomeriggio popolano via Stalingrado, con i loro abiti succinti e i rossetti dai colori accesi.
Non è la solita visione moralista che, di tanto in tanto, ci hanno abituati a subire. È una visione che misura la capacità di una grande città italiana di curare la propria immagine di fronte al Mondo.
In via Stalingrado oltre alle fanciulle in vendita c’è la Fiera, con il suo ingresso principale, che ospita, in varie occasioni, brand internazionali e il relativo management. Per questi direttori di marketing, account, operatori di grandi filiere che provengono da tutto il Mondo, l’impatto con Bologna è davvero disastroso.

sabato 19 maggio 2007

Donne d'Occidente. Un esempio da imitare o una dignità da difendere?


Di donne parla Dandapit nel suo dialogo senza tempo fra madre e figlia, di donne parla Laura nel suo post/segnalazione che da un lato riporta al toccante pezzo di Daniela Tuscano e d’altro lato pone una domanda:

Perché gli uomini odiano le donne?

È proprio da questa domanda che parte la mia riflessione. Io credo che non si tratti di odio ma di una forma malata di amore che, senza tregua, conduce al possesso. Gli uomini non odiano le donne. Gli uomini amano le donne, ma non sanno accettarne un rifiuto. Non sanno accettare di non essere corrisposti in affetto o – più spesso – in passione e attrazione. I fatti di cronaca denotano sempre l’uso della forza, variamente esplicata, che scaturisce in varie tipologie di violenza. Lo stupro è la più plateale dimostrazione di possesso. Sono più forte, ti possiedo. Né lo stupratore si domanda quale inferno potrà scatenare nella donna stuprata giacché questo pensiero non fa parte del pensiero maschile. Perché mai una donna dovrebbe starci male? Cosa sarà mai una scopata? Per il maschio è pur sempre una scopata. Non è una questione di consensi è solo una questione di desiderio e godimento. E una scopata va portata a buon fine: l’orgasmo di lui. Poco importa, nello stupro come in un normalissimo rapporto fra consenzienti, l’orgasmo di lei. Tanto, le donne fingono!
Non posso pensare che si tratti – oggi - di retaggio culturale, perché di parità si parla da prima ancora che io nascessi, una parità che, biologica come la diversità, si è fisiologicamente espressa ed imposta. Né ritengo che gli uomini non riconoscano alle donne pari diritti e doveri. Ciò che manca è la pari dignità. E la cosa terrificante è che molte donne, abbagliate dalla ricerca di una parità/uguaglianza, dimenticano la pari dignità. La dimenticano al punto di accettare le svilenti ed offensive quote rosa. Cosa c’è di più squallido di esserci per una doverosa percentuale di appartenenza? E si sono talmente chinate a questo squallore che ne hanno ricevuto in cambio l’unica risposta nota al mondo maschile: sono state trombate! Trovo tutto ciò decisamente più offensivo di una velina senza veli perché attraverso il sistema politico si definiscono i ruoli reali della donna, mentre poco m’importa di ciò che fanno le veline. La mia dignità sta nelle mie mutande e non nelle loro. La mia vita di donna, di madre, di professionista... di persona, invece, sta nelle mani della legalissima pornografia politica.