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domenica 28 ottobre 2007

Perché Maddi piange?

Lo scrittore uscì di casa con la Moleskine in mano, ben visibile affinché tutti potessero intuire, al primo sguardo, le sue caratteristiche di osservatore arguto, pronto a immortalare con le sue parole intime e feroci la realtà. Andò al parco e scelse accuratamente una panchina che gli consentisse una prospettiva allargata sul mondo circostante. Accese una sigaretta e aspirò profondamente il fumo che miscelandosi con l’aria semi-pulita si depositò nei polmoni creando quella catarrosa necessità di sputare parole dalle proprie viscere.
Il giovane, coi calzoncini corti, la canottiera zuppa di sudore e l’appendice musicale penzolante dalla tasca posteriore, collegata ai timpani come protesi permanente senza timore di rigetto, gli offrì lo spunto creativo di quella tiepida giornata di primavera. Lo scrittore lo osservava mentre compiva il quarto giro di pista. Annotò tutto, perfino il colore degli occhi azzurro-verde che spiccavano sulla pelle già abbronzata in un aprile tiepido ma non ancora caldo.
Le parole si disperdevano in righe poco uniformi: qualcuna andava verso l’alto, qualcuna verso il basso. Forse aveva compiuto un errore imperdonabile per uno scrittore del livello quale egli voleva proporsi al mondo intero: aveva scelto una Moleskine senza righe e senza quadretti. Si era domandato più volte quale fra i taccuini-musa fosse adatto alla sua arte e aveva optato per quello a fogli bianchi. La mia scrittura – si era detto fra sé e sé – è come la pennellata di un pittore. Io sono il Van Gogh della scrittura, mi merito una Moleskine da schizzi. Ora che le righe assumevano un aspetto anarchico non era più convinto della sua scelta. Il colore azzurro-verde degli occhi del giovane, intersecava l’appendice musicale in un tormento di alti e bassi che non dava spazio alla sua sintassi accurata. Avrebbe voluto avere fra le mani il taccuino di Hemingway o di Chatwin, avrebbe voluto accarezzare i loro appunti: quale avranno scelto? Il foglio bianco?, i quadretti?, le righe?
Due adolescenti, ridacchiavano dietro di lui. Non le aveva sentite arrivare, troppo preso dai suoi pensieri, e un po’ lo infastidì quella violazione al suo spazio d’artista, quella intromissione coatta nella delineazione di un’ispirazione profondamente introspettiva da non aver spazio per due personaggi fuori programma. Era costretto ad ascoltare il loro chiacchiericcio inutile, a scoprire che avevano bigiato la scuola per incontrare Greg. Chi è Greg? Allo scrittore non importava affatto, lui aveva già il suo personaggio e queste due ochette con la maglietta scollata sotto ai giubbottini colorati lo stavano importunando. Il continuo drindinnare dei loro cellulari lo irritava. L’alto e il basso delle sue righe pure. Cercò nello zaino il vecchio quaderno di appunti, un banalissimo quaderno con il volto di quello che era stato il suo calciatore preferito, sulla copertina. Un quaderno da dilettante, da appassionato della scrittura, non un vero taccuino da scrittore come quello che, ora, era nelle sue mani e avrebbe suggellato il suo successo. Scorse velocemente le pagine, senza leggere ché quelle erano emozioni d’altri tempi, senza struttura e senza corpo. Gli interessava trovare una pagina non scritta, una pagina da posizionare sotto ai fogli bianchi del suo futuro da grande scrittore, ‘sì da avere in trasparenza linee rette orizzontali che non osava, non più, chiamare fogli a righe. Trovò tre pagine bianche e si rallegrò che quel suo passato da intimo scribacchino avesse concesso una chance al suo futuro.
Greg arrivò, fasciato in jeans attillati a vita bassa che lasciavano intravedere l’elastico di un intimo alla moda. Rispondeva a voce alta al cellulare con display ad alta definizione e si atteggiava come un uomo fatto contrastato dalla peluria ancora incerta che copriva il suo volto familiare per la sua indistinta generalizzazione fisica che rende gli adolescenti tutti, inevitabilmente, somiglianti. La ragazza coi capelli lunghi gli andò incontro e gli stampò un bacio sulla guancia. Salutandola, Greg le diede un’identità: Gio’. L’altra aveva i capelli più corti e sembrava meno loquace, scompariva in un corpo esageratamente magro e sotto a un cerchio nero naturale che infossava i suoi occhi forse neri o solo spenti. Greg e Gio’ non la chiamarono mai per nome, lasciandola in un anonimato temporaneo, sotto un filo di trucco che non riusciva a velare un pallore innaturale.
Il giovane in calzoncini corti e canottiera sudata, giunse al termine del quarto giro di pista. I suoi occhi azzurro-verde incrociarono quelli dello scrittore che si sentì nudo di fronte al suo personaggio, sconfitto da una passione descrittiva quasi morbosa. Si fermò davanti alla panchina e avanzò verso di lui. Lo scrittore si sentì investito da un’emozione forte: il suo personaggio stava prendendo vita, si stava avvicinando a lui, presto le loro anime si sarebbero congiunte in un amplesso emozionante. Strinse forte la sua Moleskine, la sua musa, il suo futuro. Il petto sembrava una piazza di paese in festa. Il giovane oltrepassò la panchina e raggiunse i tre intrusi, sotto al tiglio, proprio alle spalle dello scrittore. Salutò Greg, Gio’ e…Maddi. Maddi si alzò per la prima volta, abbracciò il giovane coi calzoncini corti e la canottiera sudata e si abbandonò ad un pianto disperato in cui trovò anche lui un’identità: Leo.

Lo scrittore strappò la pagina al vecchio quaderno, la inserì sotto al secondo foglio della Moleskine e riordinò i suoi appunti: Il giovane, coi calzoncini corti, la canottiera zuppa di sudore e l’appendice musicale penzolante dalla tasca posteriore, collegata ai timpani come protesi permanente senza timore di rigetto è giunto al quarto giro di pista. Il colore degli occhi azzurro-verde spicca sulla pelle già abbronzata in un aprile tiepido ma non ancora caldo.
Ora le righe erano perfettamente allineate.
Con la sua Moleskine sotto al braccio, accese un’altra sigaretta. Dietro di lui, il suo personaggio e i tre intrusi si stavano allontanando. L’emozione per quella prima pennellata lo riempiva totalmente. Abbandonò il parco e andò in libreria. Fra le novità spiccava il libro di uno scrittore che non gli piaceva per nulla: giovanilista e subdolo. Rigirò fra le mani una delle poche copie rimaste, altre erano in cassa, fra le mani di Gio’ e Maddi, che lo scrittore non riconobbe. Nella prima pagina lesse: Un giorno attraversi un frammento della tua città. Visto e rivisto, eppure capace di stupirti in qualche suo piccolo, nascosto particolare. Lo attraversi e non stai cercando niente. Nessuna novità. Sei lì, come lo sei stato tante e tante volte in passato. Sei lì e vedi qualcuno. Di cui non sai nulla. Nemmeno ora che scrivi e che è passato del tempo. Qualcuno che ti suggerisce, senza nemmeno saperlo, una storia. Una storia intera che praticamente si è scritta da sola.
Lo scrittore lasciò la copia ad altri avventori meno arguti di lui. Diede un’occhiata alla sua Moleskine, e si contorse in un’espressione di angoscia che esprimeva tutto il suo rammarico per una categoria di lettori incapaci di comprendere il valore della letteratura, della cultura, della scrittura. Quell’espositore all’ingresso, con le poche copie rimaste di un libro senza altro spessore culturale che l’osservazione dei propri lettori gli incuteva più timore di ogni imbarbarimento umano. Quel libro stava occupando il posto che, per diritto letterario, spetta a lui. Lui che adesso ha una Moleskine e un personaggio. Che scrive per sé e non per un lettore specifico. Che osserva con l’arguzia dell’intellettuale e non quale selvaggio assorbente della vita. Le righe perfettamente allineate sul secondo foglio della sua Moleskine sono un’aspirazione e una condanna, l’esempio di una qualità di scrittura che a nessuno più interessa indagare. Il petto gli si strazia in una morsa di dolore e dà un calcio all’espositore. Denuncia al mondo racchiuso nella libreria di paese la sua disapprovazione, il suo tormento, il suo struggimento.
Maddi, magrissima, gli si avvicina e gli domanda cos’abbia. Lo scrittore tace, non ha parole per lei, non la conosce. Nella foga la Moleskine è caduta e si è aperta sul secondo foglio con le righe perfettamente allineate e una bella scrittura chiara. Maddi legge: Il giovane, coi calzoncini corti, la canottiera zuppa di sudore e l’appendice musicale penzolante dalla tasca posteriore, collegata ai timpani come protesi permanente senza timore di rigetto è giunto al quarto giro di pista. Il colore degli occhi azzurro-verde spicca sulla pelle già abbronzata in un aprile tiepido ma non ancora caldo.
Legge, ma non riconosce quel momento che pure le è appartenuto, non trova il perché di quel pianto disperato rimasto nel parco. Richiude la Moleskine, la porge allo scrittore e va via con il suo nuovo libro sotto al braccio.

sabato 27 ottobre 2007

Brindisi

I bicchieri alzati e i sorrisi accesi su facce rilassate di un’estate appena iniziata. Gli aghi del grosso pino, testimone di stagioni vissute nel silenzio dell’incomprensione, caduti e ingialliti sul cortile di ghiaia sparsa sulla vecchia colata di cemento sollevato dalle radici degli alberi, bucato dalla forza inaspettata di un esile filo d’erba. Voci adulte che si sovrappongono alle medesime allegre e infantili degli anni passati. Guardo indietro, verso il cortile che si affaccia sulle terre arate con le zolle indurite dal calore e dall’arsura. È di là che arriva il vento di mare e io l’aspetto perché adesso ho bisogno di tornare a volare. Le voci si fanno confusione, la confusione angoscia, l’angoscia rabbia, la rabbia fuoco, il fuoco vendetta, la vendetta parole, le parole silenzi, i silenzi pensieri.

Parole.

La madonna di gesso è sbiadita al sole, il suo manto celeste è diventato grigio. È sporca quella madonna, come è sporca la sua presenza muta.
Una margherita timida. Una sola, al posto di quell’enorme cespuglio che strappai con il dolore e con la zappa, entrambi arrugginiti.
Rose scarlatte e puttane che continuano a fiorire. Non è stata sufficiente la mia ferocia. Avrei dovuto scavare in fondo, estirpare le radici.
Silenzio.
Ha accolto il mio grido, il vento, e lo sento arrivare con l’abbaiare dei cani e le voci di brindisi lontani. Il giorno è di festa e di allegria. Il vino è rosato e leggermente frizzantino, con un retrogusto che sa di frutta e di bouquet. Qualche goccia cade dai bicchieri e si versa sulla tovaglia di sfilato siciliano. Ti guardo madre e mi aspetto un tuo abbraccio. Ti osservo padre e mi aspetto che tu interrompa il brindisi.
Parole.
La terra sottratta alla palude, racconta di acque nere e stagnanti ripulite dall’acqua fresca e lievemente salmastra. Terra rossa d’argilla e di sangue.
La stanza rosa, la mia preferita, piange lacrime di pioggia che filtrano dal tetto l’odore di stantio.
I gechi si scaldano sulle pietre roventi della casa. Inquieti osservatori. Silenziose macchie di giallo e nero.
Pensieri.
Sto per rompere il tuo silenzio codardo madre amatissima e innalzata nella mia testa oltre le sottane della vita. Fra qualche attimo irromperò nella tua cristalliera di fragilità e frantumerò anche i pochi cocci rimasti del tuo sogno. Ti donerò qualche goccia del sudore dei miei anni e qualcuna delle lacrime versate nella solitudine della mia esistenza dispersa sotto ai lembi del tappeto di una vita che non mi è mai appartenuta, di una vergogna che mi hai lasciato vivere da sola. Hai il mio perdono madre, e la mia rassegnata comprensione. Non ti devo il mio silenzio.
Sto per massacrare il tuo orgoglio padre che avresti dovuto proteggermi dai mali della terra quando eri ancora impantanato nella tua vendetta contro il mondo a cercare di capire quale cazzo di vita fosse preferibile fra le tante che vivevi e quella che mi apparteneva nelle quale, talvolta, ti rifugiavi, ma che ti pesava in spalla come una zavorra. Ti donerò un po’ del mio coraggio e della mia forza che è una spada forgiata nel fuoco del tuo stesso sangue.
Brindisi.
Brindo a te padre di mio padre che ti dicevi due volte padre mio, signore di questo luogo, padrone e carceriere, cantastorie e imbroglione. Possa la tua anima vagare in eterno raminga, senza paradiso o limbo, e senza inferno; possa tu sentire tutte le notti l’urlo del silenzio, le carni che si straziano, il dolore in fondo all’anima, la vergogna nelle mani, il peso delle ossa, il mugolio di un ansimare che ti dà angoscia e pace nel segno di una fine, il fruscio del letto di lino bianco e spine, l’odore del tuo sudore che diventava il mio, l’alito di menta e di tabacco, i pomeriggi afosi di vite non vissute, il tatuaggio indelebile del tuo essere e divenire, il sangue mio versato nel tuo sudario, senza altro onore che il tuo peso sopra al mio. Brindo alla tua eternità.
Silenzio.

giovedì 21 giugno 2007

La piccina innamorata


Come sto? Mi domanda con un’aria civettuola che non le è mai appartenuta. E non dire che sto bene perché non è vero!
E qui entro nel panico. Cosa sarà giusto rispondere a una piccina innamorata che forse vuole sentirsi dire che sta da dio, o forse cerca la conferma per togliersi il top nero un po’ troppo elegante per una serata fra amici, o forse vuole che le dia il beneplacito per infilarsi finalmente la camicia appena acquistata che non ho ancora indossato e che rappresenta, per lei, il desiderio materializzato di un bisogno mai esistito? Scelgo la via della sincerità che finora ha dato buoni frutti.
Stai bene, forse però quel top è un po’ esagerato.
Ecco, lo sapevo, non ti piace come mi vesto!
Non ho detto questo.
Sì che l’hai detto.
Non l’ho detto, comunque stai bene.
Hai appena detto di no.
Non ho detto neppure questo.
Si che l’hai detto.
Non l’ho detto.
Ci guardiamo e scoppiamo a ridere. La situazione è comica e la piccina innamorata se ne accorge prima di me.
È che stasera…
Stasera cosa?
Bè, stasera ci sarà la sua ex.
E allora?
Vedi che non capisci!
Sì che capisco. Cioè capisco quello che provi, ma non lo condivido perché il presente è l’unico tempo che ci appartiene e nel presente ci sei tu. O no?
Non ho voglia di filosofare, mamma. A me quel passato mi brucia eccome.
Non lo puoi cambiare il passato. Ti fai del male inutilmente.
Come si fa a non pensarci?
Mah, concentrandoti sul presente, per esempio. Avendo fiducia in te e anche in lui.
Io ho fiducia, ma lo amo troppo…
Alla faccia dei paroloni!
Con te non si può parlare. Ma hai una vaga idea di come mi sento? Io lo amo eccome e non ho voglia delle tue razionalizzazioni.
Certo che ho idea di come ti senti, penserai mica di averlo inventato tu l’amore?
Squilla il cellulare.
Ciao mamma, ci vediamo stasera.
Ciao piccina innamorata!
Strizza l’occhio e soffia sulla mano un bacio che mi accarezza l’anima.

sabato 3 marzo 2007

Milano è solo Milano.


Tre iurn mena u vent, il vento soffia al massimo per tre giorni. Mia nonna me lo ripeteva ogni volta che mi scontravo con un dispiacere. Quanta saggezza in ciò che scambiavo per cinismo! Nessun dolore dura per sempre.

dolore dolore dolore dolore dolore dolore dolore dolor dolo dol do d … r ri rin rina rinas rinasc rinasci rinascit rinascita rinascita rinascita rinascita rinascita rinascita rinascita

Cammino fra le strade di Milano. Ci riconosciamo. Ci siamo amate oppure no. Non ritrovo le emozioni passate. Non le cerco. Sentimenti appesi al filo di una notte. Viaggi nell’anima con la vana pretesa di poterla incastrare in un sogno. Parole che parevano tatuate sulla pelle.

parole parole parole parole parole parole parole parol paro par pa p …

Cos’è la verità in amore? Non è forse quella che inizia con l’intesa di uno sguardo?, con la passione che si fa innamoramento e l’innamoramento amore e l’amore affetto e l’affetto condivisione. Quante parole spese nella ricerca di una verità condivisa! Pugnalate alle spalle di sentimenti precedentemente vissuti, ingombranti presenze per chi non è sicuro di sé, fardello del cuore per chi se li trascina dietro. I silenzi del passato sono menzogne per chi non sa amare il presente. E i silenzi tornano.

s si sil sile silen silenz silenzi silenzi silenzi silenzi silenzi silenzi silenzi silenzi

Non c'è la speranza di un incontro casuale con un passato a lungo desiderato nella contemporaneità dei pensieri dell’oggi che è già ieri. Non c’è più. È svanita con il dolore. Persa nello scorrere dei giorni cancellati, impressa nei quadri dipinti e regalati, racchiusa in un taccuino turchese che racconta le sensazioni di un viaggio, imballato con carta da pacco e spedito al passato affinché lo custodisse in un tempo che non mi appartiene più.

passato passato passato passato passato passato passat passa pass pas pa p … p pr pre pres prese presen present presente presente presente presente presente presente presente

L’aereo è affollato. L’hostess si muove con una freneticità che m’infastidisce. Scambia qualche battuta spiritosa coi viaggiatori. Palesa una nevrosi che mi irrita. Sistemo la borsa sotto al sedile. Lo stuart è giovane e inesperto, forse al primo volo. Conta i passeggeri sussurrando i numeri e accompagnandosi con il gesto della mano che ricorda una conta:

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 …

Do un rapido sguardo a Milano che sta in un fazzoletto. Milano è solo Milano.

lunedì 12 febbraio 2007

Quando volavo.




Se la lucidità e la razionalità dell’età adulta non me lo impedissero, potrei, adesso, raccontarvi di quando da bambina volavo.
Saprei descrivere esattamente le dinamiche e le sensazioni. Saprei raccontare della discesa che da vicolo San Matteo in quadro continua fino a via Gramsci, che fungeva da pista di decollo. Non era sempre possibile. Bisognava attendere le giornate di vento e non erano affatto frequenti. Ogni mattina, mi alzavo e controllavo se ci fosse una brezza promettente. A volte attendevo per settimane e perfino mesi. Alla fine, il vento arrivava, andavo alla discesa e mi fermavo su in cima, allargavo le braccia e correvo veloce, sempre più veloce, fino a sollevarmi. Dapprima con fatica perché avvertivo improvvisamente il peso del mio corpo, una fitta di dolore che mi attraversava e irrigidiva. Non fu né facile né immediato imparare a sopportare il dolore e più volte caddi, fino a quando capii che bisognava ignorarlo. I primi voli furono timidi e inesperti. Tentai movimenti simili a quelli delle ali d’uccello, ma non era così che funzionava. Non era possibile contrastare la forza del vento, bisognava assecondarlo e mantenere le braccia aperte e semi rigide. Imparai a farmi trasportare e il vento mi prese con sé. Accarezzava le mie guance e premeva contro le braccia aperte.
Mentre volavo e guardavo il paese sotto di me diventare piccolo e lontano, mi liberavo di ogni peso, non solo di quello corporeo. Tutto, tranne ciò che mi sentivo di essere veramente e di volere con me, veniva attratto giù dalla forza di gravità.
Non so con esattezza quando ho smesso di volare. Non so neppure quando ho smesso di considerarlo un ricordo e cominciato a parlarne come di una fantasia. So, però, che nei momenti in cui la razionalità mi abbandona, torna ad essere il ricordo più bello.

sabato 13 gennaio 2007

Profumo di libertà

I ricordi sono imprevedibili. Ti colgono di sorpresa e a volte non sai neppure perché riaffiorano con così tanta irruenza.
Ero nel Sahara e stavo cavalcando un cammello giovane e perciò ribelle. Non era ancora convinto di voler essere cavalcato. Non era ancora convinto che il suo cammino dovesse essere guidato dalle redini di cuoio che palesemente lo infastidivano.
Mi chiesero se volessi un'altra bestia: madame, nous avons une autre possibilité...
Coment il s'appelle? domandai.
La guida, un tunisino non troppo scuro né troppo chiaro, con due occhi nerissimi e un sorriso perennemente stampato sulla faccia annoiata, mi guardò stranito e mi rispose: Thomas (o qualcosa del genere, io capii Thomas). Je m'appelle Thomas.
No, no... risi, je ne veux pas savoir votre nom, monsieur. Comment il s'appelle? e indicai l'animale. Non mi ricordavo come si dice "cammello" in francese e a pensarci bene non lo so affatto. La guida mi guardò ancora più stranito (forse pensava che ero un'italiana pazza!) e alzando le spalle mi rispose: Je ne sais pas, madame. Je ne sais pas...
Quel giovane cammello non aveva un nome, s’inginocchiava di malavoglia per consentire la cavalcatura e seguiva i comandi con palese distrazione. Profumava ancora di libertà.
Decisi di tenerlo. Pensai che non si deve mai abbandonare qualcuno perché profuma di libertà.