GLI ALTRI CASSETTI

mercoledì 31 ottobre 2007

La parola al sesso forte.

Proprio non mi riesce di intascare indifferentemente la notizia: un’altra donna violentata e massacrata di botte; quanto fa? cinque, dieci, venti? E ci sarà pure un corrispondente numero da giocare al lotto, secondo me. Non sono ferrata in materia, ma volete che non ci sia? Suvvia!
Sì, torno a parlare di donne e ci tornerò ancora e ancora, fino a quando avrò un filo di voce e una tendinite fulminante non m’impedirà di schiacciare lettere sulla tastiera. Io provo rabbia. E provo vergogna per questi uomini che fanno della sicurezza dei cittadini un altro baluardo politico. Prima era l’Islam, ora sono i rumeni. Qui non si tratta di provenienza geografica, ma di uomini e donne che non si riconoscono ancora la medesima qualità di persone. E allora lo domando agli uomini: cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per farvi entrare nelle teste che non siamo solo un buco con un po’ di curve attorno? Mi pare che non abbia funzionato il sistema di ammantarci con veli e burka, dobbiamo forse rispolverare le cinture di castità e buttare le chiavi nell’oceano? Che cosa dobbiamo fare? Iniziare a fare a botte da adolescenti sì da temprare le ossa per una futura lotta? Armarci e sparare in fronte al primo che ci fa un complimento? Autoacidificarci in modo che questo corpo non susciti più istinti se non di disgusto? O forse no: forse potremmo cavalcare la strada amicale e girare nude, magari con un cartello che dica: accomodatevi! Oramai la strada è già imboccata, basta solo che ci diciate che può andar bene così.

Oggi è uscito il libro di Loredana Lipperini: Ancora dalla parte delle bambine. Lo attendevo da un po'. L’ho comprato qualche ora fa. Posso solo segnalarvi, per ora, che le tematiche sono interessanti e, talune, incentrate sulla pubblicità che è un campo che mi appartiene, con riferimenti ad Anna Maria Testa (Liscia, gasata o Ferrarelle? Di Sangemini ce n’è una sola. Tanto per fare qualche esempio di campagne pubblicitarie, e uno dei più bei libri sulla pubblicità: La parola immaginata).

Donne, la dobbiamo smettere di attenderci che “loro” capiscano: basta con questa femminilità che ci hanno cucito addosso. Basta vi prego, ché qui si continua a morire da stronze.

L'anima dei morti.

Rispetto alla festa di halloween (che personalmente trovo divertente), la cosa che più mi spiace è il constatare, ogni anno, la mancanza di conoscenza delle tradizioni italiane, e, ogni anno m’incazzo un po’ di più con Garibaldi e il suo obbedisco della malora.

In realtà, vi sono paesi del Sud, dove "la notte dei morti” è sempre stata festeggiata in maniera piuttosto interessante. A Sannicandro Garganico, per esempio, la notte del 31 ottobre, i bambini, mascherati o no, si riunivano in gruppi e andavano per case a chiedere “l’anima dei morti”. Il ritornello non era “dolcetto o scherzetto”, bensì “damm l’an’ma ‘i mort ca s’ no t’ sfasc la porta” [traduzione doverosa: dammi un regalino - metaforicamente indicato come “anima dei morti”- altrimenti butto giù la porta]. Il “regalino” ha avuto, ovviamente, la sua evoluzione. In principio erano dolci fatti in casa, essenzialmente peperati che si iniziava già a preparare dalla fine di ottobre e che avrebbero costituito il dolce natalizio, ché i panettoni manco si sapeva cosa fossero, ma anche taralli dolci da pocciare nel vino, melacotogne, melagrane, marmellate, castagne, ceci cotti nella cenere, collane di sorbi essiccati. Inoltre, il mattino del 1 novembre, i bambini trovavano “la calza” piena di dolcetti. Non era la befana a portarla a cavallo di una scopa, ma erano i propri morti che dall’aldilà pensavano ai loro bambini. Questo creava un legame fra vivi e morti che andava oltre l’orrore, e si attendeva quella notte in cui le anime si sarebbero congiunte in una sorta di prova generale del Giudizio Universale.

lunedì 29 ottobre 2007

Paradossi.

Lina si alza tutte le mattine alle sei, prepara la colazione per i figli e il marito, esce di casa e va a riordinare le case altrui. Case più belle della sua, più grandi, meglio arredate. Case di gente che lavora. Custodisce le chiavi degli appartamenti in una borsetta di vernice rossa che le hanno regalato, il Natale scorso, le Signore del condominio di via Giacomo Leopardi. Arriva discreta e silenziosa nelle loro belle case e si reca dritto al ripostiglio dei detersivi. Compie gesti ripetuti, di routinaria memoria. La signora Matilde è attenta soprattutto alla pulizia del bagno e della cucina; la signora Marianna ha a cuore che il pavimento sia sempre lustro; la signora Giuliana si è raccomandata che la cameretta del bambino sia rispolverata ogni giorno ché il piccolo soffre di allergia; la signora Carmela darà una festa sabato sera e vuole che la sala sia a posto; la signora Selène, col suo accento straniero le ha domandato di avere cura delle sue piante…
Un’ora per ogni appartamento, circa quattro-cinque ore al giorno, non di più ché il pomeriggio deve accompagnare la piccola in palestra e il grande a ripetizione di latino, per un guadagno di circa cinquanta euro che moltiplicato per venti giorni fa mille euro in nero. A cinquant’anni e con una vita che lei ritiene banale alle spalle, si sente inadeguata per quel mondo in cui è solo una serva. L’altro giorno ha sentito una notizia che l’ha fatta sorridere: la cameriera del sultano del Brunei, guadagna sette milioni di euro l’anno. Per rendersi conto del valore del denaro, Lina ha ancora bisogno di fare mentalmente un rapido passaggio alla lira: sette per due quattordici miliardi. Poco meno, lo sa bene, ma per lei non fa differenza: l’entità del guadagno va oltre le sue volontà di far di conto; la notizia non è alla sua portata. È stata una sorpresa maggiore, per lei, scoprire che la signora Giuliana che fa l’impiegata guadagna meno di lei, e ci paga pure le tasse!

domenica 28 ottobre 2007

Perché Maddi piange?

Lo scrittore uscì di casa con la Moleskine in mano, ben visibile affinché tutti potessero intuire, al primo sguardo, le sue caratteristiche di osservatore arguto, pronto a immortalare con le sue parole intime e feroci la realtà. Andò al parco e scelse accuratamente una panchina che gli consentisse una prospettiva allargata sul mondo circostante. Accese una sigaretta e aspirò profondamente il fumo che miscelandosi con l’aria semi-pulita si depositò nei polmoni creando quella catarrosa necessità di sputare parole dalle proprie viscere.
Il giovane, coi calzoncini corti, la canottiera zuppa di sudore e l’appendice musicale penzolante dalla tasca posteriore, collegata ai timpani come protesi permanente senza timore di rigetto, gli offrì lo spunto creativo di quella tiepida giornata di primavera. Lo scrittore lo osservava mentre compiva il quarto giro di pista. Annotò tutto, perfino il colore degli occhi azzurro-verde che spiccavano sulla pelle già abbronzata in un aprile tiepido ma non ancora caldo.
Le parole si disperdevano in righe poco uniformi: qualcuna andava verso l’alto, qualcuna verso il basso. Forse aveva compiuto un errore imperdonabile per uno scrittore del livello quale egli voleva proporsi al mondo intero: aveva scelto una Moleskine senza righe e senza quadretti. Si era domandato più volte quale fra i taccuini-musa fosse adatto alla sua arte e aveva optato per quello a fogli bianchi. La mia scrittura – si era detto fra sé e sé – è come la pennellata di un pittore. Io sono il Van Gogh della scrittura, mi merito una Moleskine da schizzi. Ora che le righe assumevano un aspetto anarchico non era più convinto della sua scelta. Il colore azzurro-verde degli occhi del giovane, intersecava l’appendice musicale in un tormento di alti e bassi che non dava spazio alla sua sintassi accurata. Avrebbe voluto avere fra le mani il taccuino di Hemingway o di Chatwin, avrebbe voluto accarezzare i loro appunti: quale avranno scelto? Il foglio bianco?, i quadretti?, le righe?
Due adolescenti, ridacchiavano dietro di lui. Non le aveva sentite arrivare, troppo preso dai suoi pensieri, e un po’ lo infastidì quella violazione al suo spazio d’artista, quella intromissione coatta nella delineazione di un’ispirazione profondamente introspettiva da non aver spazio per due personaggi fuori programma. Era costretto ad ascoltare il loro chiacchiericcio inutile, a scoprire che avevano bigiato la scuola per incontrare Greg. Chi è Greg? Allo scrittore non importava affatto, lui aveva già il suo personaggio e queste due ochette con la maglietta scollata sotto ai giubbottini colorati lo stavano importunando. Il continuo drindinnare dei loro cellulari lo irritava. L’alto e il basso delle sue righe pure. Cercò nello zaino il vecchio quaderno di appunti, un banalissimo quaderno con il volto di quello che era stato il suo calciatore preferito, sulla copertina. Un quaderno da dilettante, da appassionato della scrittura, non un vero taccuino da scrittore come quello che, ora, era nelle sue mani e avrebbe suggellato il suo successo. Scorse velocemente le pagine, senza leggere ché quelle erano emozioni d’altri tempi, senza struttura e senza corpo. Gli interessava trovare una pagina non scritta, una pagina da posizionare sotto ai fogli bianchi del suo futuro da grande scrittore, ‘sì da avere in trasparenza linee rette orizzontali che non osava, non più, chiamare fogli a righe. Trovò tre pagine bianche e si rallegrò che quel suo passato da intimo scribacchino avesse concesso una chance al suo futuro.
Greg arrivò, fasciato in jeans attillati a vita bassa che lasciavano intravedere l’elastico di un intimo alla moda. Rispondeva a voce alta al cellulare con display ad alta definizione e si atteggiava come un uomo fatto contrastato dalla peluria ancora incerta che copriva il suo volto familiare per la sua indistinta generalizzazione fisica che rende gli adolescenti tutti, inevitabilmente, somiglianti. La ragazza coi capelli lunghi gli andò incontro e gli stampò un bacio sulla guancia. Salutandola, Greg le diede un’identità: Gio’. L’altra aveva i capelli più corti e sembrava meno loquace, scompariva in un corpo esageratamente magro e sotto a un cerchio nero naturale che infossava i suoi occhi forse neri o solo spenti. Greg e Gio’ non la chiamarono mai per nome, lasciandola in un anonimato temporaneo, sotto un filo di trucco che non riusciva a velare un pallore innaturale.
Il giovane in calzoncini corti e canottiera sudata, giunse al termine del quarto giro di pista. I suoi occhi azzurro-verde incrociarono quelli dello scrittore che si sentì nudo di fronte al suo personaggio, sconfitto da una passione descrittiva quasi morbosa. Si fermò davanti alla panchina e avanzò verso di lui. Lo scrittore si sentì investito da un’emozione forte: il suo personaggio stava prendendo vita, si stava avvicinando a lui, presto le loro anime si sarebbero congiunte in un amplesso emozionante. Strinse forte la sua Moleskine, la sua musa, il suo futuro. Il petto sembrava una piazza di paese in festa. Il giovane oltrepassò la panchina e raggiunse i tre intrusi, sotto al tiglio, proprio alle spalle dello scrittore. Salutò Greg, Gio’ e…Maddi. Maddi si alzò per la prima volta, abbracciò il giovane coi calzoncini corti e la canottiera sudata e si abbandonò ad un pianto disperato in cui trovò anche lui un’identità: Leo.

Lo scrittore strappò la pagina al vecchio quaderno, la inserì sotto al secondo foglio della Moleskine e riordinò i suoi appunti: Il giovane, coi calzoncini corti, la canottiera zuppa di sudore e l’appendice musicale penzolante dalla tasca posteriore, collegata ai timpani come protesi permanente senza timore di rigetto è giunto al quarto giro di pista. Il colore degli occhi azzurro-verde spicca sulla pelle già abbronzata in un aprile tiepido ma non ancora caldo.
Ora le righe erano perfettamente allineate.
Con la sua Moleskine sotto al braccio, accese un’altra sigaretta. Dietro di lui, il suo personaggio e i tre intrusi si stavano allontanando. L’emozione per quella prima pennellata lo riempiva totalmente. Abbandonò il parco e andò in libreria. Fra le novità spiccava il libro di uno scrittore che non gli piaceva per nulla: giovanilista e subdolo. Rigirò fra le mani una delle poche copie rimaste, altre erano in cassa, fra le mani di Gio’ e Maddi, che lo scrittore non riconobbe. Nella prima pagina lesse: Un giorno attraversi un frammento della tua città. Visto e rivisto, eppure capace di stupirti in qualche suo piccolo, nascosto particolare. Lo attraversi e non stai cercando niente. Nessuna novità. Sei lì, come lo sei stato tante e tante volte in passato. Sei lì e vedi qualcuno. Di cui non sai nulla. Nemmeno ora che scrivi e che è passato del tempo. Qualcuno che ti suggerisce, senza nemmeno saperlo, una storia. Una storia intera che praticamente si è scritta da sola.
Lo scrittore lasciò la copia ad altri avventori meno arguti di lui. Diede un’occhiata alla sua Moleskine, e si contorse in un’espressione di angoscia che esprimeva tutto il suo rammarico per una categoria di lettori incapaci di comprendere il valore della letteratura, della cultura, della scrittura. Quell’espositore all’ingresso, con le poche copie rimaste di un libro senza altro spessore culturale che l’osservazione dei propri lettori gli incuteva più timore di ogni imbarbarimento umano. Quel libro stava occupando il posto che, per diritto letterario, spetta a lui. Lui che adesso ha una Moleskine e un personaggio. Che scrive per sé e non per un lettore specifico. Che osserva con l’arguzia dell’intellettuale e non quale selvaggio assorbente della vita. Le righe perfettamente allineate sul secondo foglio della sua Moleskine sono un’aspirazione e una condanna, l’esempio di una qualità di scrittura che a nessuno più interessa indagare. Il petto gli si strazia in una morsa di dolore e dà un calcio all’espositore. Denuncia al mondo racchiuso nella libreria di paese la sua disapprovazione, il suo tormento, il suo struggimento.
Maddi, magrissima, gli si avvicina e gli domanda cos’abbia. Lo scrittore tace, non ha parole per lei, non la conosce. Nella foga la Moleskine è caduta e si è aperta sul secondo foglio con le righe perfettamente allineate e una bella scrittura chiara. Maddi legge: Il giovane, coi calzoncini corti, la canottiera zuppa di sudore e l’appendice musicale penzolante dalla tasca posteriore, collegata ai timpani come protesi permanente senza timore di rigetto è giunto al quarto giro di pista. Il colore degli occhi azzurro-verde spicca sulla pelle già abbronzata in un aprile tiepido ma non ancora caldo.
Legge, ma non riconosce quel momento che pure le è appartenuto, non trova il perché di quel pianto disperato rimasto nel parco. Richiude la Moleskine, la porge allo scrittore e va via con il suo nuovo libro sotto al braccio.

sabato 27 ottobre 2007

Brindisi

I bicchieri alzati e i sorrisi accesi su facce rilassate di un’estate appena iniziata. Gli aghi del grosso pino, testimone di stagioni vissute nel silenzio dell’incomprensione, caduti e ingialliti sul cortile di ghiaia sparsa sulla vecchia colata di cemento sollevato dalle radici degli alberi, bucato dalla forza inaspettata di un esile filo d’erba. Voci adulte che si sovrappongono alle medesime allegre e infantili degli anni passati. Guardo indietro, verso il cortile che si affaccia sulle terre arate con le zolle indurite dal calore e dall’arsura. È di là che arriva il vento di mare e io l’aspetto perché adesso ho bisogno di tornare a volare. Le voci si fanno confusione, la confusione angoscia, l’angoscia rabbia, la rabbia fuoco, il fuoco vendetta, la vendetta parole, le parole silenzi, i silenzi pensieri.

Parole.

La madonna di gesso è sbiadita al sole, il suo manto celeste è diventato grigio. È sporca quella madonna, come è sporca la sua presenza muta.
Una margherita timida. Una sola, al posto di quell’enorme cespuglio che strappai con il dolore e con la zappa, entrambi arrugginiti.
Rose scarlatte e puttane che continuano a fiorire. Non è stata sufficiente la mia ferocia. Avrei dovuto scavare in fondo, estirpare le radici.
Silenzio.
Ha accolto il mio grido, il vento, e lo sento arrivare con l’abbaiare dei cani e le voci di brindisi lontani. Il giorno è di festa e di allegria. Il vino è rosato e leggermente frizzantino, con un retrogusto che sa di frutta e di bouquet. Qualche goccia cade dai bicchieri e si versa sulla tovaglia di sfilato siciliano. Ti guardo madre e mi aspetto un tuo abbraccio. Ti osservo padre e mi aspetto che tu interrompa il brindisi.
Parole.
La terra sottratta alla palude, racconta di acque nere e stagnanti ripulite dall’acqua fresca e lievemente salmastra. Terra rossa d’argilla e di sangue.
La stanza rosa, la mia preferita, piange lacrime di pioggia che filtrano dal tetto l’odore di stantio.
I gechi si scaldano sulle pietre roventi della casa. Inquieti osservatori. Silenziose macchie di giallo e nero.
Pensieri.
Sto per rompere il tuo silenzio codardo madre amatissima e innalzata nella mia testa oltre le sottane della vita. Fra qualche attimo irromperò nella tua cristalliera di fragilità e frantumerò anche i pochi cocci rimasti del tuo sogno. Ti donerò qualche goccia del sudore dei miei anni e qualcuna delle lacrime versate nella solitudine della mia esistenza dispersa sotto ai lembi del tappeto di una vita che non mi è mai appartenuta, di una vergogna che mi hai lasciato vivere da sola. Hai il mio perdono madre, e la mia rassegnata comprensione. Non ti devo il mio silenzio.
Sto per massacrare il tuo orgoglio padre che avresti dovuto proteggermi dai mali della terra quando eri ancora impantanato nella tua vendetta contro il mondo a cercare di capire quale cazzo di vita fosse preferibile fra le tante che vivevi e quella che mi apparteneva nelle quale, talvolta, ti rifugiavi, ma che ti pesava in spalla come una zavorra. Ti donerò un po’ del mio coraggio e della mia forza che è una spada forgiata nel fuoco del tuo stesso sangue.
Brindisi.
Brindo a te padre di mio padre che ti dicevi due volte padre mio, signore di questo luogo, padrone e carceriere, cantastorie e imbroglione. Possa la tua anima vagare in eterno raminga, senza paradiso o limbo, e senza inferno; possa tu sentire tutte le notti l’urlo del silenzio, le carni che si straziano, il dolore in fondo all’anima, la vergogna nelle mani, il peso delle ossa, il mugolio di un ansimare che ti dà angoscia e pace nel segno di una fine, il fruscio del letto di lino bianco e spine, l’odore del tuo sudore che diventava il mio, l’alito di menta e di tabacco, i pomeriggi afosi di vite non vissute, il tatuaggio indelebile del tuo essere e divenire, il sangue mio versato nel tuo sudario, senza altro onore che il tuo peso sopra al mio. Brindo alla tua eternità.
Silenzio.

La metafora dell'assorbente igienico femminile.

Questo post è chiuso ai commenti per due motivi: il primo è che è una sovrafetazione di “Il libro che lava più bianco”; il secondo è che ho la certezza che pochi ne coglieranno la metafora. Chi dovesse coglierla può liberamente esprimerla nel post precedente.

Credo che non vi sia un prodotto diversificato quanto l’assorbente igienico femminile e trovo che la sua storia (qui raccontata senza pretese) sia fra le più intelligenti, e che porti a riflettere sui meccanismi motivazionali (preesistenti e indotti) della diffusione di un prodotto.

Dunque...

L’avete presente l’assorbente igienico femminile? Una pezza di lino per le nostre nonne era sufficiente. Doveva essere bianca perché candeggiabile e lavabile a temperature elevate che ne consentissero la “sterilizzazione” con acqua bollente. Poi qualcuno ha pensato ad altro: sono nati i primi assorbenti igienici monouso, di enorme spessore e consistenti in un film di garza che conteneva ovatta (cotone). Costava di più di una pezza di lino, in genere ricavata da lenzuola non più utilizzabili, ma garantiva una maggiore igiene ed evitava lavaggi difficoltosi e stomachevoli giacché le macchie ematiche non sono fra le più facili né dal punto di vista della detersione né dal punto di vista dell’approccio psicologico.


C’era un solo produttore, che chiameremo Signor A, per tante donne: i costi di produzione potevano essere distribuiti in maniera tale da consentire un buon mark up anche a prezzi di vendita contenuti. Ma poi il Signor B ha pensato: Perché non posso farlo anch’io? Si è informato, ha compilato un business plain e ha valutato i vantaggi. Ha investito e ha iniziato a produrre assorbenti igienici uguali al Signor A. Che delusione scoprire che le sue vendite erano irrisorie rispetto a quelle del Signor A.

Ma come? – si diceva fra sé e sé il Signor BIl prodotto è buono quanto quell’altro, perché io non vendo e lui sì? Un amico, tanto per fare un po’ di conversazione, gli disse, un giorno: Tutte quelle donne sono affezionate al Signor A, lui ha loro risolto un problema, si è posto come necessario. Tu per vendere devi abbassare il prezzo. Il Signor B accettò il consiglio e mise sul mercato assorbenti identici a quelli del Signor A a un prezzo più competitivo. Il risultato fu più che soddisfacente: le donne si divisero a metà, fra coloro che rimasero affezionate al Signor A e coloro che lo tradirono a vantaggio del Signor B.
Il Signor A e il Signor B guadagnavano veramente bene. Era ovvio che il loro successo facesse gola anche al Signor C, che iniziò a produrre, anche lui, assorbenti igienici tale e quale a quelli del Signor A e del Signor B. Il Signor C pensava di essere furbo e quindi abbassò ulteriormente il prezzo di vendita, ma, a fine anno, si accorse che il suo mark up era irrisorio. È vero che si era ritagliato un terzo del mercato, ma abbassando il prezzo era arrivato a un bilancio quasi alla pari. Non poteva funzionare. Allora pensò a un modo per battere la concorrenza. L’idea gli venne all’improvviso, ispirata da una delle solite lagne da dismenorrea della moglie: Eccheppalle! Proprio oggi mi dovevano arrivare le mestruazioni? Ho appena comprato la gonna nuova, stretta e con lo spacco e non posso metterla perché altrimenti mi si vede la sagoma di questo enorme pannolone!

Come ho fatto a non pensarci prima? – urlò raggiante il Signor C lasciando la moglie a scegliere un abito più adatto. Corse in ufficio e chiamò i suoi collaboratori: Dobbiamo realizzare un assorbente più piccolo, anatomico, che non dia fastidio! Le donne devono poter indossare quello che vogliono quando vogliono.
L’esperimento riuscì. Quando le donne andavano al negozio avevano tre brand fra cui scegliere e uno rassicurava sulla comodità e sulla “femminilità”. Il Signor C si guadagnò un bel picco nelle vendite. Il Signor A e il Signor B allora s’inventarono l’ultrapiatto e il notturno. Era una guerra fra tre produttori che, alla fin fine, si spartivano un mercato molto vasto e molto redditizio. Così redditizio da far gola ai Signori D, E, F, G, H, I.
Così, dalla pezza di lino si è arrivati, a suon di differenziazione, a una miriade di tipologie di assorbenti igienici femminili. Le donne erano confuse: troppa scelta, che fare? Si affidarono all’affettività e restarono legate agli assorbenti di A, di B e di C. Fino a quando al Signor J, venne in mente di fare pubblicità. Il Signor J si era inventato l’assorbente più innovativo di tutti, posto che un assorbente possa essere innovativo giacché la sua funzione è sempre e inevitabilmente la stessa: un assorbente che ti consentiva di fare proprio tutto, perfino lanciarti con un paracadute. Quante di quelle donne si lanciavano quotidianamente con un paracadute? Ma il bello è che il Signor J lo disse in televisione, alla radio, sui giornali. Ovunque le donne andassero si trovavano di fronte il brand dell’assorbente del Signor J al quale va riconosciuto, fra l’altro, il merito di aver abbattuto il tabù della dismenorrea, fino ad allora taciuta e sussurrata con nomi fantasiosi solo fra donne.
Successe che anche K, S, W, H e perfino A, B e C iniziarono a fare pubblicità. Assunsero ricercatori ed esperti, ma se da un lato la ricerca cresceva, d'altro lato si immettevano sul mercato assorbenti sempre meno differenziati (ché erano state esaurite le possibilità), fino a quando non venne in mente, al Signor R di creare un bisogno indotto trasversale all’assorbente. Le donne che costituivano il mercato oramai era esaurite, spezzettate fra i tanti produttori. Questo il Signor R oramai lo sapeva bene e sapeva che quel mercato aveva un limite: la periodicità. Non poteva mutare le leggi naturali e biologiche, ma sicuramente c'era un modo per abbattere quella criticità: L’assorbente deve entrare a far parte della vita quotidiana della donna, ohibò! E così nacque il salvaslip. Un sottoprodotto che aveva due scopi fondamentali (entrambi commerciali): il timing e quindi eludere la criticità di vendita legata alla periodicità; la concorrenza e quindi evitare di creare un prodotto che cannibalizzasse quello proprio (leader e portante) e si creasse un mercato trasversale e derivato. Le donne – convinte anche da una spinta igienica massificata che ha finito con l’ammazzare la flora batterica e aumentare i tumori uterini, ma questa è un’altra storia come altra storia è la confusione fra femminismo e dismenorrea – si sono sentite considerate nella loro intimità e hanno iniziato ad acquistare i salvaslip, poi i contenitori salva-privacy, gli accessori eccetera. Ma la Signora U voleva andare in piscina anche “in quei giorni” e allora il marito le ha inventato il tampone…e la storia continua.

Contestualmente si andava proclamando anche un altro stendardo: il no logo, veicolato attraverso i discount. I Signori A, B, C, D, ….Z, attenti conoscitori dei loro segmenti di mercato, vi si adeguarono immediatamente, canalizzando in quegli ambiti i loro assorbenti senza brand e così conquistando anche i segmenti più ostili e difficili (quelle nicchie che avevano mantenuto un minimo di decoro, che si manifestava tuttavia non tanto nell’utilizzo delle vecchie pezze di lino bensì nella critica verso le attività commerciali, verso il marketing e verso la pubblicità, nell’ottica non tanto di una presa di posizione attiva ma di difendere lancia in resta una propria incapacità – definita per ovvi motivi impossibilità – di scelta).
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venerdì 26 ottobre 2007

Il libro che lava più bianco.


È da un po’ che mi riprometto di segnalare Linguaggi e Parole, lo faccio oggi, cogliendo uno spunto dal post di Ribelle: Una riflessione sul mondo letterario odierno. Un pezzo limpido, equilibrato, che dice senza aggressività e con un pacato invito rivolto agli scrittori esordienti alla prudenza. Però non voglio parlare di letteratura, l’ha già fatto lui. Non voglio parlare neppure di scrittura e di editoria: l’ho già fatto varie volte. Oggi voglio affrontare questo discorso in una chiave più diretta: la pubblicità, rompendo una promessa fatta a me stessa sin dall'inizio.

Ogni volta che si parla di libri e di editoria, ricucito con diversa sintassi ma uguali contenuti, tanto da apparire come il restyling di un copiaincolla senza copyright a disposizione di tutti, viene lanciato l’allarme:

Il libro è diventato un prodotto del marketing e della pubblicità!

Cari/e casalinghe di Voghera, quand’è che il libro non è stato un prodotto? Quand’è che non ha avuto un costo? Una volta che il romanzo ha oltrepassato la frontiera dell’arte creativa per buttarsi nel mercato, in cosa esattamente differisce dall’assorbente igienico?

Il libro è un prodotto.

Questo non lo dissacra. Dissacrante, semmai, per la cultura tanto invocata, è l’ostinazione a voler varcare la frontiera a ogni costo. Dissacrante è la guerra che nella blogosfera gli aspiranti scrittori si fanno, cercando notorietà e allo stesso tempo puntando il dito quando qualcuno la ottiene. Dissacrante non è il paragone con l’assorbente igienico, ma lo scoprire che quello (l’assorbente) è molto più evoluto e differenziato del libro.