I. mi viene incontro un poco emozionata. Non ci vediamo da più di due anni, più del tempo che abbiamo trascorso assieme: due mesi.
Avevo appena lasciato l’appartamento grande, in centro, dove avevo vissuto per vario tempo e mi stavo preparando per trasferirmi in una nuova città. Nei due mesi che mi occorrevano per concludere lavori iniziati e sistemare le attività in chiusura, subaffittai una stanza in un modesto appartamento alle spalle della stazione. Lessi l’annuncio su una delle free press che circolavano in città. Telefonai e mi rispose una voce squillante, dal caldo, ma non marcato, accento siciliano. Concordammo un incontro conoscitivo la sera stessa. Quando arrivai, I. indossava una minigonna di jeans e una maglietta verde-acqua che metteva in risalto i suoi occhi chiari, grigio-verdi. Aveva i bigodini in testa. Ricordo che quel particolare mi fece sorridere perché ero sempre stata convinta – per non so quale motivo – che l’unica donna al mondo che girasse per casa coi bigodini in testa nell’atto di un ostinato “riccio fai da te” fosse mia madre. Allora portavo i capelli lunghi che mi scendevano fin sotto le spalle, in riccioli naturali, e la prima cosa che I. mi disse fu: Hai dei capelli meravigliosi! Mi invitò ad entrare e mi offrì il caffè. Mi raccontò che il padrone di casa le aveva aumentato l’affitto e perciò aveva bisogno di qualcuno con cui condividere le spese. Per correttezza le spiegai che ciò che cercavo era una sistemazione provvisoria che, certamente, non avrebbe risolto il suo problema.
In questo momento – mi confidò – le alternative che mi si presentano non sono delle migliori: un’albanese che si è presentata con un tipo losco, ho il sospetto che sia una che batte i marciapiedi e che lui sia il suo magnaccia e una compaesana mia che già mi ha fatto presente di avere l’esigenza di ospitare, con una certa frequenza, il fidanzato e, di tanto in tanto, sua madre e sua zia che vengono a trovarla.
Subaffittare a me comportava un vantaggio per entrambe: io non avrei dovuto fare altre ricerche giacché l’appartamento, sebbene modesto, era gradevole e pulito e lei avrebbe guadagnato del tempo – pagato – per cercare un’ospite più duratura.
Non avevo mai condiviso la casa con qualcuno e il timore di risultare invadente mi spinse a una chiusura totale della comunicazione. Stavo in casa lo stretto indispensabile, mi limitavo a salutare e mi chiudevo nella mia stanza a leggere o battere velocemente i tasti del portatile, uno dei pochi effetti personali che avevo portato con me, assieme a una scatola di libri. Trascorsero così i primi cinque giorni, fino a “quella sera”.
Rientrai, silenziosa come al solito, cercando di non far tintinnare le chiavi perché erano le dieci passate e non volevo rischiare di svegliare I. Accesi la luce del corridoio e feci per andare verso il fondo, dov’era la mia stanza. Ma il percorso era transennato con nastro bianco e rosso, come quello che si usa per delimitare le aree in caso di eventi pubblici, o anche per sigillare luoghi sequestrati. Incuriosita avanzai e mi ritrovai di fronte a un segnale di pericolo, in cartone dipinto con i colori a spirito. Invece del classico punto esclamativo c’era un punto interrogativo e il cartello sottostante riportava la dicitura: QUALE PERICOLO PENSI DI CORRERE?
Accanto al cartello c’era una freccia blu, con una scritta: SEGUI IL PROFUMO!
La stravaganza di quel rientro aveva distratto il naso e solo in quel momento mi resi conto che tutta la casa era intrisa di un odore di cibo buono. Entrai in cucina. I. indossava due guantoni da forno e reggeva un’enorme teglia di lasagne. Il piccolo tavolo che si estraeva dal mobile della cucina, di laminato giallo canarino, era apparecchiato con una tovaglia su cui erano stampati fiori gialli e foglie verdi. Nei piatti di plastica verdi erano disposti alcuni crostini. Un prosecco ghiacciato, infilato in un contenitore di plastica pieno di cubetti di ghiaccio, faceva bella vista al centro del tavolo. Mi porse uno dei due flût che provenivano dalla mensa di lavoro. Proseguimmo la cena fra Nero D’Avola, lasagne, fragole caramellate, Passito di Pantelleria e un sacco di confidenze rese fluide da vino.
Furono due mesi intensi in cui si costruirono le basi di quella che il tempo breve non ha consentito di diventare un’amicizia solida, ma che ha lasciato un segno profondo dentro di me. Un ricordo che l’evoluzione, talvolta disastrosa, dell’amicizia non potrà mai cancellare.
- Ciao, I., sono Susi (così mi chiamava lei!), sono a Parma, hai tempo per un aperitivo? Nessuna esitazione. Susi non potevo essere che io. Questo piccolo particolare mi ha riempito il cuore. È bello sapersi ricordati. - Certo! Ci vediamo alle sette, in centro. Ti inviterei a casa, ma la mia nuova coinquilina ha fatto il turno di notte e preferisco lasciarla tranquilla. I. mi viene incontro un poco emozionata. Anch’io lo sono, ma non lo do a vedere. Maledetto orgoglio! Mi stringe in un abbraccio pubblico che inizialmente mi invade, mi imbarazza. Poi mi scende come una specie di brivido lungo la schiena. Lei persiste nell’abbraccio e mi sento bene, coccolata.