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martedì 31 luglio 2007
Essere scrittori.
Libere di essere donne.
Marassi, che per motivi tecnici non riesce a postare commenti sul mio blog [oramai ci sono affezionata a blogspot, ma devo valutarne l’effettiva funzionalità] mi ha risposto così:
In linea di principio potrei anche condividere gran parte delle considerazioni fatte da Assu ma semplicemente perché fin troppo ovvie e scontate.
Quanto raccontato, con tanto di considerazioni sulla doppiezza moralista di chi poi è contemporaneamente censore e cliente delle prostitute, fa parte a pieno titolo di quel senso comune che a suo tempo Boudelaire amava definire "betìse" e che oggi intasa quotidianamente tutti i canali televisivi di intrattenimento pomeridiano.
In quanto alla generica affermazione sui maschi che tu [si riferisce a Laura Costantini, n.d.r.] riprendi nell'ultimo commento, fa il paio con le altrettanto generiche affermazioni che certi maschi fanno abitualmente sulle femmine.Non nego che statisticamente i maschi tendano a conservare tutti i benefici vetero-sciovinisti della cultura dominante.
Ma a parte il fatto che, in un maschio, un atteggiamento emancipato non corrispondente a una reale intima percezione si riconosce lontano un miglio. Va anche detto che assolutizzare una valutazione del genere come fa Assu, raccogliendo peraltro anche il tuo consenso [si riferisce a Laura Costantini, n.d.r.], può essere o l'indizio di una scarsa propensione alla logica statistica oppure il retaggio di cattive frequentazioni in campo maschile.
Nel secondo caso mi dispiacerebbe molto per voi, ma attribuirei la colpa alla sfortuna più che alla genetica.
Ti rispondo qui.
Quindi, gentilissimo xy, scendi dal piedistallo perché a differenza di te a me non mi scandalizza un corpo nudo, né anelo a interpretare il ruolo di moralizzatore nella prossima edizione de “Le Iene”. Parli di logica [condivido l’abbozzo di tentativo razionalizzante] ma poi cadi nel già sentito che puzza di stantio. E se ritieni ch’io debba ammantarmi per essere donna, ti rispondo che non me ne frega essere donna come tu vuoi. A me interessa essere persona capace di pensare, produttiva, sufficiente a me stessa, in grado di dare da vivere alla mia prole che non sarei disposta a sacrificare sull'altare se chiamata da un qualunque dio, ché non c'ho da dimostrare di poterne fare a meno. Quello è già diritto conquistato. Non ho bisogno di un dio.
A me non me ne frega nulla della femminilità come tu la intendi, io sono avanti già di qualche miglio [non è tanto, ma è qualche centimetro conquistato con la fatica del mio lavoro e del mio pensare e ne vado fiera]. Non ho tempo per la tua - probabilmente inconsapevole - guerra alle donne. È cosa tua, non mi appartiene più. Io sono diretta verso il cambiamento. È quella la mia meta. Le donne lo capiranno, e quando l’avranno capito la smetteranno di farsi costruire dagli uomini le quote rosa per concedere loro un’altra occasione di essere trombate. Lo capiranno e la smetteranno di limitarsi a mostrarsi e di cercare il compagno a cui essere devote e, piuttosto, cercheranno un compagno con cui condividere, alla pari, sconfitte, onori e glorie. Quando lo capiranno, la smetteranno di farsi assorbire da un sistema maschile e saranno finalmente libere di essere donne.
lunedì 30 luglio 2007
Quasintervista a Eleonora Buratti.
Rimasi sorpresa nello scoprire che Lucia è Eleonora Buratti – o viceversa – perché Lucia non è un nick, è un nome [peraltro quello di mia madre, il che me lo rende particolarmente realistico] e una faccia.
Il Blog di Lucia è un e-book che romanza la quotidianità, con titoli che rievocano canzoni o espressioni che rientrano nel parlare giornaliero. Una nota di poesia che trasforma un temporale in libertà di bagnarsi sotto la pioggia, una passeggiata fra glicini e panni stesi in un giallo dai sapori antichi, l’assenza di un fonico in un momento di ribellione alla tecnologia… e il libro di Eleonora Buratti somiglia molto a quel Blog, oltre a condividerne il titolo: Il terzo desiderio.
Anche nel libro si assapora il gusto semplice del dialogo quotidiano fra due amici, per poi passare al giallo di un misterioso dipinto rubato, quindi indagare fra una Bologna che non c’è più e una Bologna che c’è, e inerpicarsi nella sensualità inaspettata dell’anziana signora Bianca.
Quasintervista a Eleonora Buratti.
Il terzo desiderio è un “libro sui buoni sentimenti”, in cui anche le tragedie vengono raccontate con la leggerezza della visione positiva. Questo arriva perfino a disorientare in un sistema che ci vuole bad boys and bad girls.
Ho sempre pensato che le “bad girls” o i “bad boys” più che “esserci” ci “facciano”. Mi spiego: non ho mai creduto alla facciata cattiva che sempre più di frequente viene mostrata. La ritengo poco autentica. L’era dei “maledetti” è finita. Ora rimane un atteggiamento, quasi una moda oserei dire. È bello giocare con il fango e rimescolare la melma delle miserie quando a mezzogiorno mangi la lasagna, viaggi in auto, indossi abiti firmati e a fine giornata ti aspetta un bagno caldo e profumato.
Dal Blog è sempre emersa una Lucia “buona”, fedele a quella suddivisione, a prima vista infantile, che nel libro spesso compare fra il buono e il cattivo.
Trovo squallidi i tentativi di costruire personaggi che cercano di attirare l’attenzione mostrando il peggio di sé e degli altri. La rappresentazione del mondo attraverso l’arte ha sempre tenuto conto di certi equilibri: il buono e il cattivo; il bene e il male; la luce e il buio. Anche nella macrobiotica, l’universo degli alimenti e delle cose della natura si suddivide in yin e jang. Un costante equilibrio e squilibrio di due forze che contrastandosi creano armonia. Esiste in musica, esiste in poesia. Lucia forse è “buona”. Non saprei. Lucia non si è creata. Lucia è.
Lo scrittore: il personaggio senza nome, con tanti nomi; senza storia, con tante storie. Le storie che osserva, attraverso lo spioncino della vita, diventano prima ancora che parole del libro che scriverà, un gioco con la vita. Quanto c’è di Lucia in questo scrittore?
Di Lucia nello scrittore c’è veramente poco. Hanno in comune solo il terzo desiderio, in ogni senso. Forse lo scrittore è ciò che Lucia non è mai stata. Pensa che io amo la tecnologia e sono stata una delle prime bolognesi a navigare su Internet quando all’università si facevano i primi esperimenti di connessione! A carte gioco bene però, come lui. E forse questo abbiamo in comune: una piccola cicatrice sotto il mento [e chi non ce l’ha? n.d.r., ma non solo].
Personalmente mi sono affezionata al personaggio più per effetto della voce narrante che per ciò che lui manifesta di sé.
Non mi stupisco. È facile amare qualcosa che ci viene raccontato. La narrazione conferisce quel valore aggiunto che azioni dirette e parole non hanno. Lo scrittore è un inconcludente, un insicuro. Forse non sarebbe possibile amarlo se non attraverso quelle parole che lo ritraggono nelle sue pose migliori.
I personaggi di un libro sono un po’ come i personaggi dei sogni freudiani: tutti riassumono un aspetto del sognatore. È per questo che, a parte Mascia, tutti gli altri personaggi conservano il loro aspetto umano? Come se a tutti fosse concessa la possibilità di essere protagonisti positivi [l’altra faccia della medaglia] in un’altra storia che la voce narrante non conosce o non ha il tempo di raccontare.
Credo di sì. I personaggi sarebbero stati protagonisti in un’altra storia, se avessi il tempo di raccontarla. E chissà che un giorno…
È chiaro leggendo Il terzo desiderio (sia la versione cartacea che quella on line) la tua passione per l’arte e, nel libro, si nota il piacere della ricerca storica, dello studio.
Gli uomini mi deludono, le loro opere no. Forse è per questo che amo l’arte. Nell’espressione artistica trovo vera bellezza, immortalità. Dalla storia, invece, rimango affascinata. Sento forte la voce del passato. Mi conforta. Il viaggio nel tempo mi gratifica quanto quello nello spazio.
La varietà delle situazioni raccontate potrebbe far pensare alla smania da “primo libro”, a quella voglia di dare voce a tutte le parole restate, per troppo tempo, rinchiuse in taccuini o custodite su fogli di fortuna che trasformano in preziosa pergamena anche il tovagliolino del bar.
Non saprei che dire. Questo romanzo è nato di getto. Annotazioni su taccuini e pergamene di fortuna non ce ne sono. Quelle appartengono allo scrittore. Io sono particolarmente distratta. Annoto nella memoria e spesso perdo parole lungo la strada, emozioni che avrei voluto fissare. Da qualche tempo, però, ho cominciato a organizzare il lavoro di raccolta materiale. Lo faccio più per senso del dovere che per altro.
Infine, una domanda interessata: cosa ne pensi di “Randagi”?
Randagi è una bella iniziativa. Spero di avere il tempo per partecipare. Per ora vado a leggermi i primi racconti che ho visto hai già pubblicato.
Il terzo desiderio, Eleonora Buratti: per informazioni
Scrive
ASSU
a
12:07 AM
Categoria: quasintervista
sabato 28 luglio 2007
Cose di questi giorni.
Giovedì pomeriggio: partenza per Roma. In viaggio inizio a leggere questo libro. Man mano che vado avanti, ritrovo pensieri miei già belli e formulati. È proprio vero - penso - non siamo mai unici nel pensare. L’ovvio si srotola pagina per pagina e su ognuna di esse scrivo: lo so. Capisco subito che c'è sintonia fra ciò che leggo e ciò che ho sempre pensato. C'è qualcuno, allora, che la pensa come me!
Disciplina!
In hotel incrocio tre uomini in divisa mimetica che sovrastano di parecchio il mio, pur al di sopra della media femminile italiana, metroesettanta. Portano scritto sul petto, a sinistra: aeronautica italiana. Mi sento investita da tre sguardi che scrutano dentro quella telefonata concitata che, loro malgrado, ascoltano. Sono i miei toni ad attirare la loro attenzione. Sono incazzata e spadroneggio in un vocabolario che ha del “molto poco femminile” per chi fa della guerra un lavoro e dell’essere militare la vita: compostezza, rigore, disciplina. Io non c’entro con quel mondo: sono un’illusa che veste il tricolore e cerca di tinteggiarlo di dignità.
Non fare più del tuo dovere.
Al portiere, o impiegato, o addetto al ricevimento clienti, non so come si chiamano adesso i portieri ché i nomi delle professioni cambiano con una certa frequenza, domando qualche informazione mentre l’altro sta completando le procedure di assegnazione della stanza. Le darò io tutte le informazioni che le servono - mi ammonisce quest’ultimo - il collega si occuperà degli altri ospiti. Mi guardo attorno e non ci sono altri ospiti. Il collega non sta facendo nulla, ma è vittima di un prodotto dell’emancipazione del lavoratore: ognuno svolge il proprio compito, come in un’enorme catena di montaggio. Aspetto che l’impiegato [che mi appartiene] abbia completato la registrazione per avere informazioni che l’altro avrebbe potuto fornirmi nel frattempo, ottimizzando i tempi. Ma a chi interessa del tempo?
Docce itineranti.
All’alba del nuovo giorno sono già sotto il getto tiepido della doccia. In quanti hotel sono stata? Non saprei contarli, si perdono nella memoria e ciò che li accomuna è quella doccia tiepida all’alba di un nuovo giorno.
Volando.
Memore dei tempi in cui volavo, librandomi nell’aria, con il vento che accarezzava le guance e premeva contro le braccia aperte, non provo alcuna emozione a volare chiusa all’interno di lamiere d’acciaio e m’infastidisce, talvolta, la cortesia apparente delle hostess che ti propinano lo stesso snack con le stesse parole: gradisce qualcosa da bere?, dolcetti o salatini?
Continuo a leggere il libro e assaporo il mito antico dell’essere donna; cerco risposte nei dialoghi attorno a me, curiosando come osservatore inopportuno nell’altrui vita. E nella mia.
Schiava.
Il tempo è bello a Lamezia Terme. Ci sono molti taxi e mi prendo qualche minuto per guarire l’astinenza da fumo. Una signora mi domanda se può passare, se può prendere il taxi che per priorità nella fila sarebbe mio. Certo che può, sono solo a metà del mio rito.
Il filtro si scalda a ricordarmi che sono giunta alla fine di quella porzione di dipendenza. Schiavo di una foglia - diceva la nonna Egeria a suo marito fumatore. Ogni volta mi sento un po’ più piccola di fronte a questa dipendenza che mi travolge, restituendomi apparentemente una calma che non mi appartiene. Siamo bravi a ingannare noi stessi!
Il tassista ambientalista.
È il mio turno. Entro nel taxi e comunico la mia destinazione: a Catanzaro Lido, al Dipartimento Politiche per l’Ambiente, per favore. Il tassista mi investe con una loquacità che non è frequente fra i tassisti di Lamezia. È un ambientalista il mio tassista. Mi racconta degli incendi, delle sue supposizioni, del suo dolore per il bosco di sugheri bruciato solo il giorno prima. Pensa a sé, pensa alle passeggiate con sua moglie e il cane. Passeggiate che non potrà più fare. Ferma l’auto al bordo della strada e mi mostra lo scempio: la collina che era verdeggiante di sugheri ora è una distesa carbonizzata. Il sughero è una delle specificità della Calabria - mi ricorda. Ci portavo i turisti, là. Mi racconta che è un tassista-guida, che lui ci prova a barcamenarsi onestamente in quella città di 'drangheta e mi racconta il suo timore: ci faranno un altro centro commerciale quaggiù, ne sono certo! Lo dica ai signori del Dipartimento Politiche per l’Ambiente, lo dica!
Accontentarsi.
Pago caro l’intrattenimento e le confidenze. Circa il ventipercento in più rispetto alle altre volte, ma non ho voglia di discutere. Chiedo la ricevuta e pago. I tempi adesso sono stretti e le cose da fare tante. Ne concludo la metà per quelle lentezze burocratiche che non hanno dimensione geografica ma taglio netto italico. Soddisfatta a metà è già un buon risultato nella P.A. e non serve indignarsi, serve agire e reagire.
Fra nevrosi e ricerca di consensi.
Appena imbarcati, una signora si agita, urla, dice che lei non può stare seduta là dove dovrebbe stare in base alla sua carta d’imbarco. Le hostess cercano di mantenere la calma ma i viaggiatori cominciano a innervosirsi. Un paio di bambini negli ultimi posti, vicini a quello assegnato alla signora, piangono facendosi eco l’un l’altro, come i cani che ululano di notte. Faccio un cenno all’hostess più vicina. Le dico che per me un posto vale l’altro, l’importante è decollare e atterrare, che se la signora lo gradisce scambio il mio posto [poltrona nelle prime file e finestrino] col suo. Lo scambio avviene e tutto torna alla normalità, prima che la signora chieda un cuscino per la cervicale. Non si può adesso, attenda il decollo. Ecchecavolo! Dategli quel benedetto cuscino e lasciatemi tranquilla.
Meglio la maleducazione?
Sbarco e mentre mi reco verso l’autonoleggio, percorrendo i corridoi affollati dell’aeroporto, tiro fuori il voucher, già pronto per risparmiare tempo. Prendo il numero: 200. Il display segna 192 e le pratiche richiedono il loro tempo. Decido di sedermi ad attendere il mio turno. Accanto a me un giovane padre francese cerca di calmare l’esuberanza dei suoi due figli: una bambina di circa cinque anni che si arrampica sul carrello e un bambino di circa sette anni che si sdraia per terra per sfogliare un giornalino. Mi racconta che è in vacanza coi due figli, che lui ha origini italiane, che l’italiano però lo parla pochissimo e così uniamo il suo poco italiano al mio poco francese. Chissà se siamo riusciti realmente a dirci quello che intendevamo?
Intanto il display va avanti e si ferma al 199. Le impiegate chiacchierano fra di loro, c’è un cambio-turno, si rivolgono sorrisi e frasi sussurrate. Aspetto che il display sancisca il mio diritto a farmi avanti. Il francese ha il numero 201. Trascorrono dieci minuti. Calcolo che è il tempo necessario a ristabilire gli equilibri lavorativi da cambio-turno e mi avvicino chiedendo se sono pronti ché è da un po’ che aspettiamo. La signora bionda diventa rossa e si scusa: Oddio! Non me n’ero accorta. In genere la gente arriva ancor prima del proprio turno. Mi scusi. M’indigno di fronte a questa prassi che noi italiani abbiamo dentro al DNA: non siamo abituati all’educazione, non siamo abituati a rispettare le regole. Tutto il sistema muove attorno alla necessità di difendersi dalla maleducazione e non sa gestire l’educazione. Chiamo il francese.
Se non muori puoi continuare a fare lo stronzo.
Il G.R.A. è stranamente scorrevole e quindi la guida è piacevole nonostante la stanchezza. Imbocco l’autostrada combattendo la smania di arrivare. Un autobus mi taglia la strada. Niente di nuovo. Niente di grave giacché per grave siamo abituati a considerare solo la morte: “Per fortuna lo possiamo raccontare” è il motto di chi l’ha fatta franca a un pericolo. Nessuna riflessione. Nessuna.
Cenerentola torna a casa.
Guido e ripenso al libro, a ciò che penso io della donna e mi domando se un giorno anche le altre, che hanno i miei stessi cromosomi xx, sentiranno l’esigenza di sentirsi parte di un sistema che non le inquadri come “altro”. Penso al giorno in cui riusciremo a pensarci donne in quanto tali e non “compagne”. A quando svestiremo i panni di una femminilità che ci hanno cucito addosso e acquisiremo la consapevolezza di dover riprendere in mano quel concetto di dignità che mi è così caro.
domenica 22 luglio 2007
XX & XY: lettura consigliata a un pubblico adulto (preferibilmente intelligente).
Le dieci e mezza di sera. In estate è ancora presto per tornare a casa, anche se hai quindici anni. Soprattutto se abiti in una città di mare. Sulla riviera Nord, quella che da Pescara porta a Montesilvano, dall’Orsa Maggiore in poi, ché prima ci stanno solo famigliole che leccano gelati e inseguono bambini su minuscole bici colorate, le vedi. Hanno la pelle abbronzata, indossano minigonne e magliettine aderenti. Sono belle, fresche, luccicanti sopra e sotto il make up. In vetrina, ma non sono puttane. Le puttane stanno dall’altro lato della strada. Hanno la stessa età, sono vestite allo stesso modo, ma stanno dall’altra parte della strada. Sul lungomare, scivoloso per la sabbia portata dai bagnanti, loro sculettano spensierate. Non sono puttane: sono adolescenti. Giocano con la malizia che hanno appena imparato e stanno assaporando il loro essere femmine. Come cuccioli di felino che celano nel gioco il loro futuro di predatori, sperimentano la sensualità. Con la stessa naturalezza dei cuccioli di felino, lottano istintivamente. Quindici anni e sulle spalle il peso del nuovo perbenismo che le etichetta, senza ascoltarle, come vuote veline denudate di ogni moralità e intelligenza. Poco importa che, a scuola, siano le più brave, le più attente, le più coinvolte, le più attive, le più propositive. Sono solo piccole femmine che suscitano desideri e istinti irrefrenabili. Irrefrenabili per chi? Forse vale la pena domandarselo. Per il nuovo maschio? No. No perché non c’è un nuovo maschio. Questo è il problema: le donne cambiano, tentano di cambiare, ma i maschi restano quelli di sempre, anche quando apparecchiano la tavola e vanno a prendere i figli a scuola; lo fanno per sentirsi e sentirsi definiti evoluti e moderni, non perché sentano di far parte di uno stesso sistema.
È solidarietà non e coscienza.
Care donne che vi ribellate all’ovvio, guardate attentamente e capirete che non lo avete affatto educato il vostro lui. Al contrario, lui ha educato voi a considerarvi diversa, al di sopra delle puttanelle. Vi ha assorbite nel suo credo e rese cieche di fronte all’evidenza. Vi ha regalato il sogno dell’uguaglianza e voi lo ripagate a caro prezzo perché ci rimettete in dignità.
Com’è che un architetto è un architetto se i suoi cromosomi sono xy, ed è un “architetto donna” se i suoi cromosomi sono xx? Com’è che uno scrittore è uno scrittore e una scrittrice deve spiegare perché scrive? Com’è che un uomo è pragmatico e una donna ha il pragmatismo di un uomo? Com’è che l’uomo è virile e la donna è puttana? Com’è che (nella maggioranza dei casi) a morire da stronzi gli uomini ci vanno in guerra e per spacconaggine e le donne per violenza subita dagli uomini? Sono le statistiche a parlare. Sono i fatti. E i fatti, ancora oggi, inducono a dover dare spiegazioni che dovrebbero stare ficcate nella testa di tutti (senza distinzione di x e di y) sin dai primi secondi di vita. Com’è che ridete compiaciuti della perspicace intuizione di Oliviero Toscani (mi pare) per cui i tacchi a spillo sono, nell’immaginario collettivo, inversamente proporzionali all’intelligenza?
E a voi care donne domando: come potete sopportare di dover rinunciare alla vostra reale femminilità, che è dote naturale (giacché tanto si è parlato ultimamente di natura, o vale solo per gli omosessuali?) e significa essere libere di essere donne, a favore di quella che vi hanno cucito addosso e convinto che sia "la femminilità"?
Scrive
ASSU
a
1:55 PM
Categoria: attualità e opionioni, donne, io la penso così, segnalazioni
sabato 21 luglio 2007
Clicca, leggi, stampa, fai leggere.
RANDAGI è un e-book che raccoglie/raccoglierà racconti sparsi di bloggers che vorranno aderire all’iniziativa pubblicando uno scritto al quale sono particolarmente affezionati. Racconti randagi che vagano nella rete senza una patinatura, rimasti imbrigliati fra le maglie di una comunicazione troppo veloce che, sovente, non si sofferma neppure quell’attimo indispensabile a cogliere l’essenza delle parole.
Cliccando sull’immagine potete scaricare la prima edizione di Randagi, con i primi tre racconti (tre alla volta):
- Tamarri, di Remo Bassini
- I profeti si scelgono fra i più disperati, di Babsi Jones
- I capelli dentro la testa, di Assunta Altieri
Buona lettura e buon fine settimana.
venerdì 20 luglio 2007
Indizi per un’idea: 1, 2, 3, 4.
Sabato vi presenterò un nuovo progetto.
domenica 15 luglio 2007
Il problema sono io.
Il problema sono io. Io che m’indigno. Io che parto lancia in resta come la paladina della giustizia. La giustizia di chi? Se fossi un’ipocrita direi LA GIUSTIZIA (LEI, IN ASSOLUTO), ma cerco di non esserla ipocrita, e quindi ammetto: la giustizia, secondo me. Questo, temo, sia accaduto nella variegata manifestazione di opinioni: ognuno ha difeso a spada sguainata la propria visione di giustizia. Ognuno si è sentito libero, protetto da un quasi anonimato, di portare la sua testimonianza a quell’invito a dire apertamente, come il ministro, che è vero dunque, sono i siciliani ad aver portato in Italia (e magari nel mondo) la cultura che conduce all’inferiorità della donna, alla sua discriminazione, alla sua annientazione. Questo ha invitato a fare Laura. Lei però non si è mascherata dietro a un nick. Ha firmato. Ci ha messo faccia, nome e coraggio (non sono d’accordo su quest’ultimo, ma come tale è stato percepito e quindi ne prendo atto). E non si può negare a nessuno il diritto di esprimere la propria opinione, neppure quando stenta a porre limiti fra caso e genere. Non si può.
Il problema sono io che ritengo si sia persa un’occasione importante di discutere, assieme, le cause del pensiero ancora troppo diffuso (a Nord, al Centro e al Sud, fra maschi e femmine, fra classi e status sociali differenti) della visione della donna come “figa con un po’ di carne attorno”, dell’influenza troppo pressante delle religioni, soprattutto quelle monoteistiche. Il problema sono io che mi domando perché il ministro non abbia detto quella “verità” che, pur’essa, è spesso oggetto di discussione: è una tradizione islamico-cristiana che va corretta, giacché non è dei pakistani o dei siciliani il problema quanto del mondo intero, e soprattutto di quelle società nelle quali le religioni hanno acquisito valenza politica e i suoi rappresentanti giocano a scacchi coi politici nella determinazione del vivere civile.
Lo dico con convinzione: il problema sono io. Io che spero ogni giorno, ogni istante, che le cose possano cambiare e possano cambiare anche attraverso un’interazione intelligente nella rete. Io che ci provo a fornire spunti che vadano oltre lo stereotipo della chiacchiera facile e mi dico: chi se ne fotte dei commenti tout court? Chi se ne fotte dei bene, brava, bis? Chi se ne fotte dei numeri, puntiamo sulla qualità ché mica ci campo di Blog! Io che dico a mia figlia: i cambiamenti nascono dal singolo, da piccoli atteggiamenti che siamo in grado di mutare noi, senza doverli richiedere e pretendere.
Lo dico col cuore in mano, Laura: il problema non sei tu che hai il sacrosanto diritto di pensarla come i tanti che hai portato alla luce con le loro verità spalmate già qua e là su list e blog (ché quando c’è da menar duro su terroni e tifosi ce n’è parecchio di pubblico lindo e scelleratamente caustico nello sferzar condanne); il problema sono io. Però, vedi, in quell’esigua quantità di persone che stimo voglio rimanerci, perciò stento a rientrare nel tuo segmento di target.
Scrive
ASSU
a
2:06 PM
Categoria: io la penso così
sabato 14 luglio 2007
Navigo random, di link in link, e mi ritrovo qui.
Un grande Blog, più per i commenti che per i post – dice lui – . Un grande Blog – dico io – per l’onestà intellettuale di Remo Bassini. I suoi post: talvolta racconti, talvolta opinioni, talvolta link di rimando a qualcosa di buono. Di buono. Mai rimasta delusa dopo aver cliccato su uno di quei link. Letto per me. Letto per noi. Offerto senza il timore di disperdere i propri lettori.
Tam tam tam…tale suonava l’eco di un certo post. E mi ritrovai fra le righe dure, profondamente sentite di una letteratura che mi è vicina nel pensiero e nella forma. Il taccuino pubblico di Babsi Jones svela incipit costanti di un sentire che scorre sotto la cute, che spinge a riflettere. Riflettere, non rimuginare.
Scrive
ASSU
a
2:38 PM
Categoria: segnalazioni
venerdì 13 luglio 2007
Facendo di conto da Nord a Sud. (Titolo alternativo: Caccia al terrone. Oppure: Chi è veramente il terrone?)
Scrive
ASSU
a
6:53 PM
Categoria: attualità e opionioni, io la penso così, sud
giovedì 12 luglio 2007
L'Italia senza la Sicilia non lascia immagine nello spirito; la Sicilia è la civiltà di tutto. *
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*Goethe, 1787
Scrive
ASSU
a
11:20 PM
Categoria: attualità e opionioni, io la penso così, sud
mercoledì 11 luglio 2007
Che uomo che è questa ragazza!
Le eroine dei fumetti le invitano a essere belle. Le loro riviste propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei loro libri scolastici, le mamme continuano ad accudire la casa per padri e fratelli. (…) Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni: diventare ballerine, estetiste, infermiere, madri. Questo è il mondo delle nuove bambine.
Insomma, nulla sarebbe cambiato da quando alla povera Gertrude (la monaca di Monza) venivano dati santini e similari con cui trastullarsi.
Il ballo inteso come grazia e sinuosità dei movimenti, l’estetica, la tendenza a curare, l’essere madre sono parte integrante dell’essere donna a cui non ho nessuna voglia di rinunciare. Non credo che il raggiungimento della pari dignità – per quanto mi riguarda più importante dell’uguaglianza cui spesso si anela – debba comportare la perdita di ciò che è caratteristica propria della femminilità. Che ciò non debba diventare né fine né mezzo è doverosamente condivisibile, ma è altrettanto doveroso riconoscere peculiarità femminili che sono parte del nostro modo di pensare e perfino di essere. Il rischio, altrimenti, è quello di sentirci gratificate dall’essere considerate “donne con le palle” come già più volte e da più parti contestato. Una volta, un caro amico, di fronte a una mia decisiva presa di posizione si è espresso così: Che uomo che è questa ragazza! (Massimo De Nardo, che legge questo blog, lo ricorderà sicuramente). Questa non è pari dignità, care donne, perché, in tutta franchezza, di andare in giro a dare pizzicotti sul sedere non ho nessuna voglia (e per cortesia evitiamo commenti del tipo: non tutti gli uomini lo fanno e blablabla ché lo so). Ciò che desidero, semmai, è avere il giusto riconoscimento per ciò che faccio anche se lo faccio con il rossetto. Né più né meno. Perciò sono sempre stata profondamente contraria alle quote rosa che trovo offensive perché non si può pensare – non più porcamiseria! – di esserci per percentuale di esistenza.
Negli anni settanta, Elena Gianini Belotti raccontò come l’educazione sociale e culturale all’inferiorità femminile si compisse nel giro di pochi anni, dalla nascita all’ingresso nella vita scolastica. Le cose non sono cambiate, anche se le apparenze sembrano andare nella direzione contraria. (…)Sembra legittimo chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi trent’anni, e come mai coloro che volevano tutto (il sapere, la maternità, l’uguaglianza, la gratificazione) si siano accontentate delle briciole apparentemente più appetitose. E bisogna cominciare con l’interrogarsi sulle bambine: perché è ancora una volta negli anni dell’infanzia che le donne vengono indotte a consegnarsi a una docilità oggi travestita da rampantismo, a una certezza di subordine che persiste, e trova forme nuove persino in territori dove l’identità è fluida, e fluidissimi dovrebbero essere i generi, come il web.
È questo – ancora e inaccettabilmente – il punto. Forse un po’ di cose sono realmente cambiate, solo che gli adulti restano troppo spesso imbrigliati nella rete dell’onnipotente sistema valutativo che, sovente, dimentica che i contenitori restano vuoti quando nessuno li riempie. E quelle donne che volevano tutto si sono scontrate con una realtà complessa, perché non è facile – ammettiamolo – essere donne in carriera, buone madri, mogli, infermiere… Ci sarà pure un motivo se l’uomo, da sempre, si è ritagliato un ruolo e ci si è accasato (e anche qui, so bene che vi sono le ripartizioni dei compiti, che anche loro vanno a prendere i figli a scuola e tutte quelle cose che, però, fanno per sentirsi e sentirsi definiti evoluti/moderni non perché lo ritengano parte integrante della loro esistenza). Quelle donne, molto semplicemente, hanno – spesso – parcheggiato i figli davanti al mondo scintillante della televisione, della musica commerciale, della letteratura alla Melissa P. Quelle donne (che siamo noi, non ce lo dimentichiamo perché il rischio è quello di salire sul pulpito dell’opinionismo scevro di ogni responsabilità) hanno impegnato il loro tempo a costruire un presente che le vedesse uguali agli uomini. E qui ritorno al concetto di dignità: non è l’uguaglianza fine a se stessa che ci rende libere, ma la pari dignità. Essere donne non significa essere diverse, è tempo che ce lo mettiamo in testa. Essere donne significa essere donne. Non dobbiamo giustificare ciò che siamo per nascita. Se vi è un diritto da difendere è quello di poter essere libere di essere donne, senza per questo dover giustificare il desiderio o meno di maternità, lo scrivere, l’essere manager, l’avere successo, il volerci sentire belle, la lacrima facile, il web, la scelta di essere madre e moglie, eccetera.
Scrive
ASSU
a
1:33 AM
Categoria: donne, io la penso così
venerdì 6 luglio 2007
Di anteprime, emozioni, feste e camorra.
Nascere a Napoli è una condanna
Scrive
ASSU
a
11:28 PM
Categoria: io la penso così, taccuino








