Da bambina leggevo quel che capitava. E capitava di leggere i gialli di mio padre. Era tutto ciò che, per un mistero dell’economia domestica, sovrabbondasse in casa. Erano ovunque: dentro al comodino con l’anta di finta radica, impilati sopra al comodino, nel ripostiglio, sotto alla Singer di mamma, nella valigia di cuoio sotto al letto e in quella di cartone sopra al vecchio armadio nella soffitta. Ebbene sì: ho avuto la fortuna di avere una soffitta, proprio quella che ogni bambino s’immagina. Una soffitta polverosa, con travi di legno e pavimentazione grezza. C’era di tutto: armadi che custodivano abiti anni ’50 di mamma, sfoggiati tempo dopo, beneficiando dei corsi e ricorsi della moda; cartoni pieni di tesori inaspettati come centinaia di foglioline di rame che mio padre chissà quando aveva sapientemente battuto a mano, in un suo momento di creatività artigianale; buste che celavano misteriose pellicole mai sviluppate; scarpe.
Decine e decine di scarpe nuove, di quelle che adesso vanno tanto di moda: le spadrilles col tacco alto ma non troppo, per intenderci. Di tela, di pizzo, di raso, di juta, di pelle. Tutte numero 36. Erano infilate in due buste di plastica trasparente, di quella plastica spessa, e ben sigillate. Mi piacevano così tanto che non avevo il coraggio di chiedere perché fossero lì. Temevo una risposta perché avrebbe potuto tradire la mia fantasia. E io m’immaginavo che fossero il bottino di una rapina rocambolesca in cui mio padre era il boss e tanti piccoli ladruncoli erano al suo comando. M’immaginavo, anche, che uno di quei compari di cui sentivo parlare fosse giunto di notte nella nostra soffitta e vi avesse nascosto la sua refurtiva. Me ne convinsi, ancor di più, quando trovai una scatola con tante bustine sigillate: ognuna di esse conteneva spillette simili a quelle che si indossano sulle giacche. Erano stupende ai miei occhi di bambina: stelline argentate e colorate, lune e soli dorati… Un’altra scatola conteneva le medesime bustine, piene zeppe di perline di varia grandezza.
In quella soffitta andavo a leggere i gialli di mio padre. Gli eroi erano sempre maschi e io non me ne spiegavo la ragione, così mi capitava di cambiare, al femminile, il nome del personaggio/investigatore storpiando anche l'inevitabile inglese: Brian diventava Brianna, Jhon diventava Jhonna, e così via. E, seguendo le caratteristiche somatiche di cui i gialli, in genere, pullulano, mutuando dati dalla criminologia - come avrei appurato dai successivi studi giuridici - costruivo una investigatrice coi fiocchi. Inevitabilmente gli intrighi mi si schiarivano davanti agli occhi. Esultavo – oh se esultavo! – alle ultime pagine: Lo sapevo, lo sapevo che era lui l’assassino. Come in una specie di Lascia o Raddoppia della lettura mi estraniavo da me stessa. Ero il presentatore che ordinava di abbassare le luci, creava l’atmosfera giusta e conclamava la preparazione e bravura del concorrente. Ed ero il concorrente.
Mi divincolavo fra il coraggio di guardare negli occhi la familiarità mafiosa, bigotta nella sua devozione, e il coraggio del poliziotto Franco Nero che sgominava, sulla Giulia Alfa Romeo bianca, bande di delinquenti che avevano il sapore di una nazionalità che non mi apparteneva. Altro sapore aveva, per la bambina che leggeva i gialli, la delinquenza. Non sapeva neppure che quella che viveva ogni giorno lo fosse. Quella era normalità. Come era normale non parlare a nessuno delle scarpe e delle spillette.
Il mistero delle scarpe si dissolse quando mia sorella (quella più vecchia) fu in grado di calzare il numero 36 e io la vidi sfoggiarne un paio con il pizzo ecrù e quel poco di tacco in corda color naturale. Qualche anno prima, mia cugina, che era il vanto di tutta la famiglia perché giovanissima era già un medico affermato e stimato, si era fidanzata con quello che è il suo attuale marito. I genitori di lui, marchigiani, avevano una fabbrica di scarpe che, ironia della sorte, aveva sperimentato con qualche anno di anticipo un modello che a quel tempo non aveva avuto successo. La produzione fu interrotta e siccome mio padre e mio zio avevano dato una mano nello sgombro, avevano tenuto per sé, senza furto e senza inganno, le scarpe misteriose. Anche le spillette venivano dalla stessa fabbrica: erano decorazioni per altri modelli di scarpe, pure esse fuori produzione, che mia madre si era tenuta da parte perché, prima o poi, sarebbero tornate utili.
E fu così: anni dopo, per una festa di carnevale, mamma mi confezionò il più bell’abito ch’io avessi mai potuto immaginare, tempestato di stelle, lune e soli, un corpetto ricamato di perline, e vinsi la mascherina d’oro, con tanto di proposta di fidanzamento finalizzato al matrimonio da parte del Briatore locale e partecipazione a programmi televisivi e spot pubblicitari.
Due cose: la prima è che le proposte non me le hanno fatte però la mascherina d'oro l'ho vinta davvero anche se ho dovuto regalarla a mia sorella (quella più giovane) che non la finiva più di frignare giacché non le avevano dato il permesso di venire alla festa;
E fu così: anni dopo, per una festa di carnevale, mamma mi confezionò il più bell’abito ch’io avessi mai potuto immaginare, tempestato di stelle, lune e soli, un corpetto ricamato di perline, e vinsi la mascherina d’oro, con tanto di proposta di fidanzamento finalizzato al matrimonio da parte del Briatore locale e partecipazione a programmi televisivi e spot pubblicitari.
Due cose: la prima è che le proposte non me le hanno fatte però la mascherina d'oro l'ho vinta davvero anche se ho dovuto regalarla a mia sorella (quella più giovane) che non la finiva più di frignare giacché non le avevano dato il permesso di venire alla festa;
la seconda è che se qualcuno non si legge “L’opportunità” e non mi dice che ne pensa (va bene anche un laconico: fa cagare) vado in depressione.




