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sabato 10 novembre 2007

Sappiano le mie parole di sangue


Subito dopo aver letto il libro, scrissi che avrei parlato di Sappiano le mie parole di sangue in un momento in cui avessi avuto più tempo, per dedicargli l’attenzione che merita. Ho ritrovato questo "ritardo" nella recensione di Francesca Mazzucato.
Nel Tribunale del Pubblico Linciaggio ebbi l’impudenza di porre l’accento sulla necessità di andare oltre la mediocrità – di assai facile condivisione – dell’insulto alla persona [che, badate bene, non era rivolto direttamente a Babsi Jones, ma a coloro che avevano avuto il barbaro coraggio di scrivere “bene” del libro, con toni ritenuti forti ed enfatici e perciò banditi]. Andare oltre, facendo quello sforzo che non è da comuni mortali (pardon: comuni bloggers) di scrollarsi di dosso l’assai diffusa pratica dello scollamento fra tastiera e cervello, e di parlare del libro, dei suoi contenuti, dello stile della scrittura piuttosto che dello scrittore. Naturalmente sono finita nel calderone dei babsici incalliti, deviati e plagiati dalla sacerdotessa Jones, quando non subdoli striscianti parassiti che succhiano il sangue del “successo”. Perfino all’uscita del primo numero di Randagi – questa volta in privato – ho ricevuto almeno sette e-mail in cui si confondeva la partecipazione di Babsi Jones con una mia trovata pubblicitaria. Mi sentii talmente imbarazzata che invece di scrivere una mail di ringraziamento scrissi una mail di scuse.
Non è dato a chi apprezza la scrittura di Babsi Jones alcuna forma di individualità, alcuna libertà espressiva, alcuna libertà. Scrivere di Sappiano le mie parole di sangue è ritenuto, come sottolinea neppure troppo fra le righe la Mazzucato, nocivo per sé e per lo scrittore. Occorre usare l’armatura: non m’interessa ciò che penserete di me che ne scrivo-bene. Un’armatura innaturale, che non condivido perché reclamo qui e ovunque la mia libertà di dire e scrivere ciò che penso. Unicamente in questa libertà si inscrive, in fondo, l’allarme genericamente diffuso verso il ben noto disegno di legge. Se, tuttavia, tale libertà debba essere ridotta al libero linciaggio, ne faccio volentieri a meno e ritiro la lettera a Gentiloni.

Libertà: ho usato spesso questa parola. Non a caso, perché è proprio la Libertà di Essere che urla in ogni rigo di Sappiano le mie parole di sangue.

«Striscerebbero, le formiche, i ragni e le blatte se ne fossero rimasti di vivi a nascondersi. Striscerebbero, se non fossero crepati dal freddo.»

«È la fine, e alla fine si scappa: sui trattori, a piedi e in branco, nuove tenie nel colon d’Europa. Si abbandonano trapunte e centrini di pizzo, lo scopino del cesso, e tovaglie, e lenzuola, cassettiere, scarpiere, stendipanni e sussidiari di figli rachitici.»

Libertà di Essere che va oltre la guerra che ci arriva dai tiggì. Che inizia nella periferia della Milano da bere, dove da bere c’è rimasto solo un mucchio di parole e quello che si vede, per chi lo vede, fa urlare di indignazione. E prosegue in via Nizza a Torino, nel rimasuglio non ancora restaurato di Borgo delle Colonne a Parma, nelle viuzze che si dipanano sopra al porto di Genova, sulle coste notturne di Lampedusa quando le turiste fasciate nel mai passato di moda pareo che lascia scoperto il marchio dorato D&G del costume non sono ancora spalmate di lozioni profumate, nel ghetto di Rancitelli a Pescara, nelle baraccopoli di Tor di Quinto e di ogni dove.

«La chiamano la filovia della malasperanza: collega tutto a tutto, ovvero niente a niente, e i passeggeri sono “gli esteri, gli importati, gli esotici, gli extra-comunità”…I miserabili che sono venuti a rilevare i nostri posti nelle latrine degli stadi e nelle segherie, a faticare nei cantieri in nero. I diritti se li devono raschiare via con le unghie, gratta gratta che vinci, e i doveri gli piombano addosso tipo tiri di schioppo, e se non sono compatimenti mielosi sono ingiurie oltraggi villanie, e se non sono espliciti razzismi sono beneficenze da strapazzo che fanno omaggio di panettoni scaduti e liberté-égalité-fraternité.»

Libertà di Essere, dentro la guerra, persone che pensano. Che hanno, ancora, il diritto di pensare.

Mi pesa addosso una lettera: l’ultima che ho ricevuto da un amico caro prima che andasse a morire in Iraq e poi buttato nel dimenticatoio di questa Italia dallo scosciamento indifferenziato nel genere in cui la ricerca di una verità che vada oltre la burla e la satira produce solo, e inevitabilmente, burla e satira ma della più spicciola. Scriveva il mio amico: La panza mi dice di andare. Non lo ascolto il cervello, quello è ingannato da verità che non sono mie.
Io non lo so se morire inseguendo la propria verità sia un bel morire. Lo avrebbe scritto il mio amico se non fosse morto. E questa Italia avrebbe sancito la sua fine, dichiarandolo un “folle turista della guerra”. Vi ha fottuto il mio amico, perbenisti-del-cazzo dalla tastiera inacidita: lui è morto là, fra le braccia della sua verità, prima che voi poteste ammazzarlo. Vi resti il rigurgito di un’Italia che non vuole mai andare oltre il già detto e il già udito. Tenetevelo. Io mi stringo nel ricordo di una cena al telefono. E mi avvicino a questo libro, a Sappiano le mie parole di sangue, senza alcuna invidia nascosta nel dichiarato sacrilegio di una scrittura che si allontana dagli schemi già noti, dalle trame che agognano le cime tempestose di una notorietà basata sul vuoto pneumatico; senza alcun pregiudizio; cercando di scrutare in quella verità indagata col proprio sangue che non ha bisogno di una pugnalata per produrre quel getto violento che si fa pensiero e letteratura.

Balcani” è il sangue rappreso che continua a coagualarsi nei progetti europei – di oggi, non di ieri – e nei gemellaggi con regioni del nostro Paese. “Balcani” è il sangue rappreso che si fa progetto imprenditoriale che ha dato vita e dà vita a workshop internazionali, con tanto di linee aeree dirette che possano favorire lo scambio di know how. “Balcaniè il sangue che a nessuno interessa mescolare con il progresso.

«I giornali francesi sono i primi a uscire: Una volgare sconfitta militare dell’UÇK trasformata nella più clamorosa vittoria politica del Pentagono, titolano. La truffa non riesce a puntino, ma l’annuncio ufficiale – Crimine! Contro! Umanità! – ha raggiunto l’opinione pubblica, che ingurgita. Il monitoraggio OSCE è al suo termine, carta straccia le risoluzioni dell’ONU: si dichiarerà guerra.»

A nessuno interessa la verità, solo a chi la cerca.

«Di qualcosa moriremo anche noi e, se questo reportage fosse un libro, alla fine leggeresti la storia della mia ultima settimana di assedio, di guerra non-guerra, di pogrom.»

Sul pogrom della Jones, che è il nostro, non potrei scrivere diversamente e meglio di Francesca Mazzucato che vi invito a leggere (anche nel secondo numero di Lega Blogger Letterari Magazine) e di cui riporto un breve cenno, affinché le sue parole, di cui intellettualmente mi approprio, restino anche in questo spazio-non spazio:

«Babsi Jones è dentro la “frattura” che nomina Kertesz, Jones non lascia perdere, non gira lo sguardo, studia e documenta, scrive e riporta, la frattura la sovrasta e la ossessiona ma non la allontana e anzi, ci affonda le mani rischiando di scavare dove pochi o nessuno erano andati a scavare, con coraggio. Tira fuori scheletri, topi morti, frantumi, frammenti, residui, sabbia. Babsi Jones in questo libro sgretola quelli che sono stati considerati torti o ragioni. È convinta che anche chi è storicamente stato messo “dalla parte del torto” necessiti di una documentazione. Abbia diritto a una cronaca.»
Libertà di Essere Persone
, in vita e in morte.
«Gli umanitari dicono che si tratta di precauzione e salvaguardia. Hanno parole adatte a ogni evenienza. Tuttavia, durante il quinto autunno, uno di noi crepa di fame e sete: neppure il nome, sanno, non hanno idea di quanti siamo e in che stato viviamo, procedono a tentoni fra censimenti e distribuzione viveri in stile lotteria. Vengono a chiederci qual era il nome del deceduto, gli applicano una fascetta alla caviglia, lo recapitano all'obitorio. Rinsecchito, con quelle chiazze porpora che gli macchiano il bacino e le rotule, così in rilievo che quasi esplodono; ha i malleoli e le coste viola, la bocca spalancata, le mani artritiche; nemmeno il nome, sanno...»