di fronte al plotone di esecuzione,
il colonnello Aureliano Buendìa
il colonnello Aureliano Buendìa
si sarebbe ricordato
di quel remoto pomeriggio
in cui suo padre
lo aveva condotto
a conoscere il ghiaccio.”
Gabriel Garcìa Màrquez
Gabriel Garcìa Màrquez
Cent’anni di solitudine.
Si annusa, in Baffi di Cacao, l’inarrestabile senso di solitudine che accompagna tutte le opere di Gabrìel Garcìa Màrquez.
Non che vi sia uno sforzo particolare, in questo senso, da parte della Dettori. Lei ha una propria scrittura, una propria personalità che, con quell’umiltà che fa rispettare lo scrittore, si scansa per dare spazio ai personaggi la cui intensità, sempre tenuta sott’occhio, è perfettamente dosata e ruota attorno a un passato che non può essere ignorato. Ritorna. E ritorna nonostante il fascino e le aspettative della fuga.
«È come se pensassero [i fuggiaschi, n.d.r.] che la coraggiosa rottura col passato sia, di suo, garanzia di futuro. Chi fugge, dunque, vive e sperimenta un tempuscolo ideale, dentro il quale procede come se il soffio di una contentezza così lieve da rendere l’anima quasi nuova lo sollevasse dal suolo. In quell’ineffabile porzione di tempo, il fuggiasco si congratula ripetutamente con se stesso per la forza dimostrata nel distacco senza ripensamenti dal nulla del prima, senza però porsi ancora in termini concreti il problema del dopo.»
Vi è nei personaggi, come un’attesa che il tempo giunga.
«La notte trascorse come trascorrono le notti di chi aspetta che le notti trascorrano e, in un modo o nell’altro, venga mattina.»
E quello, il tempo, inesorabilmente giunge e si fa futuro, senza che questo futuro sia percepito come tale. Resta presente il futuro per chi non ha memoria.
«La notte trascorse come trascorrono le notti di chi aspetta che le notti trascorrano e, in un modo o nell’altro, venga mattina.»
E quello, il tempo, inesorabilmente giunge e si fa futuro, senza che questo futuro sia percepito come tale. Resta presente il futuro per chi non ha memoria.
- «Si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli dei ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita. La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire.» (Oliver Sacks)
Il tempo giunge e traccia il destino di due famiglie che, con ironia intelligente difficile da trovare negli scrittori italiani di ultima generazione, l’amore continua a unire e la morte, non solo quella fisica, ma intesa nel senso di fine [ché tutto ha un termine] divide e l’amore unisce ancora. Le cose si compiono, o avrebbero potuto compiersi. Il tempo che scorre è l’unico spartiacque, ma trattiene i segni indelebili di ciò che è stato, che incide su ciò che è. Questo filo non si spezza mai, neppure sul punto finale, che non c’è perché le due famiglie sono la metafora di un tempo che scorre, si conclude, ma continua.
È un libro bello, Baffi di cacao. Un libro che fa riscoprire il piacere della lettura e della riflessione. V’è una nota genericamente ritenuta di merito, uno di quei restyling di citazioni perse nell'etere senza copyright, che si legge spesso: una storia nella storia. Qualche lettore disattento potrebbe scriverlo anche di questo libro. Sbaglierebbe, secondo me. Non è la banale storia intricata che cerca, ad ogni costo, di catturare l’attenzione dando qualche spinta all’immaginazione. Baffi di cacao è più simile a un attento e meticoloso lavoro di regia e montaggio in cui il ferma-immagine tiene in sospeso un pugno o, quando il ricordo non trova più cuori e menti, si affida ad un urlo.
«L’urlo uscì dalla finestra aperta della cucina di Adele Sanna, rotolò velocemente nei vicoli dove i curiosi si erano raccolti costringendoli a scostarsi per evitarne la solida violenza, quindi si spinse, senza alcuna decelerazione, lungo la strada che portava alla chiesa della Solitudine, ai piedi del Monte Orthobene.
Proseguì poi per tornanti che si arrampicavano verso la cima del Monte, dove i lecci e le querce da sughero secolari sul ciglio della strada s’inclinarono pericolosamente verso il bosco rischiando di sradicarsi dagli alveoli di terra grassa, mentre le fonti che zampillavano acque cristalline evaporarono per la violenza del suono sgorgato dalla gola del giudice Bellu.
L’urlo arrivò fino al picco più alto…»
Non si fermerà l’urlo. Nulla è casuale in Baffi di cacao. Continuerà...
È un libro bello, Baffi di cacao. Un libro che fa riscoprire il piacere della lettura e della riflessione. V’è una nota genericamente ritenuta di merito, uno di quei restyling di citazioni perse nell'etere senza copyright, che si legge spesso: una storia nella storia. Qualche lettore disattento potrebbe scriverlo anche di questo libro. Sbaglierebbe, secondo me. Non è la banale storia intricata che cerca, ad ogni costo, di catturare l’attenzione dando qualche spinta all’immaginazione. Baffi di cacao è più simile a un attento e meticoloso lavoro di regia e montaggio in cui il ferma-immagine tiene in sospeso un pugno o, quando il ricordo non trova più cuori e menti, si affida ad un urlo.
«L’urlo uscì dalla finestra aperta della cucina di Adele Sanna, rotolò velocemente nei vicoli dove i curiosi si erano raccolti costringendoli a scostarsi per evitarne la solida violenza, quindi si spinse, senza alcuna decelerazione, lungo la strada che portava alla chiesa della Solitudine, ai piedi del Monte Orthobene.
Proseguì poi per tornanti che si arrampicavano verso la cima del Monte, dove i lecci e le querce da sughero secolari sul ciglio della strada s’inclinarono pericolosamente verso il bosco rischiando di sradicarsi dagli alveoli di terra grassa, mentre le fonti che zampillavano acque cristalline evaporarono per la violenza del suono sgorgato dalla gola del giudice Bellu.
L’urlo arrivò fino al picco più alto…»
Non si fermerà l’urlo. Nulla è casuale in Baffi di cacao. Continuerà...





